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Vale la pena di scoprire perché esisto?

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Vita comoda. Piacere per il piacere. Perdita del senso dell’eterno. Relazioni fragili. Assenza di valori cristiani. Di fronte a queste realtà, vale davvero la pena di scoprire perché esisto? Che senso reale ha questa storia della vocazione?

Vita comoda. Piacere per il piacere. Perdita del senso dell’eterno. Relazioni fragili. Assenza di valori cristiani.

Di fronte a queste realtà, vale davvero la pena di scoprire perché esisto? Che senso reale ha questa storia della vocazione?

È interessante capire l’importanza del matrimonio, del sacerdozio e del celibato per l’umanità oggi, quando tante visioni distorte, frutto di mentalità sbagliate, permeano la mente formando una coscienza contraria alla verità e alla bellezza che Dio ha per l’uomo. Sì, perché ogni vocazione proviene da Dio, e in Lui trova il suo senso più profondo, rendendo così la persona umana pienamente felice.

A cominciare dal matrimonio, si può trovare la fonte nella Trinità, come mostra il libro Belo é o Amor humano.

Ogni paternità viene dal Padre

La Parola ci insegna che ogni paternità in cielo e sulla terra viene dal Padre. Nessuno è padre o madre, nessuno genera vita se non ad opera del Padre. Il Padre è autore della vita e delega la sua paternità all’uomo e alla donna. Delega all’uomo e alla donna la missione di essere co-creatori. Il Creatore, nel frattempo, continua ad essere il Padre, nel Figlio, attraverso lo Spirito Santo [1].

La fecondità ci è stata delegata da Dio come dono e come ordine: “Siate fecondi”. La fecondità, come abbiamo visto, è molto più di un atto biologico. È un mistero, e allo stesso tempo un atto di amore per Dio, grave responsabilità delle coppie in relazione a Lui e al dono da Lui ricevuto, e una delle finalità del matrimonio. È attraverso i nostri figli, esercitando il mandato di essere co-creatori, che la terra sarà piena di figli di Dio, come chiede il Signore: “Siate fecondi. Crescete. Moltiplicatevi. Riempite la terra”. È per amore che Dio crea. Ed è sempre per amore per Dio che l’uomo co-crea.

Generare figli, per l’uomo e la donna, è un atto di co-creazione. È sicuramente un atto d’amore tra l’uomo e la donna, ma soprattutto un atto d’amore per Dio. Amore che obbedisce e genera figli per Lui, in Suo onore, in amorevole e gioiosa obbedienza, in segno di lode, di adorazione, di gratitudine, di rispetto, di riconoscimento per il dono della vita e per il dono del Figlio donato per noi.

Vediamo il riconoscimento, l’adorazione, la lode, la gratitudine, l’obbedienza e la consapevolezza della co-creazione in Abramo. Avrebbe sicuramente sacrificato a Dio il proprio figlio, ma al di sopra di questo, avrebbe sacrificato il figlio di Dio stesso. È toccante contemplare il senso di appartenenza che Abramo aveva nei confronti di Dio (sapeva che non si apparteneva, e questo si vede dalla storia della sua vita) e la consapevolezza che Isacco, prima di appartenere a lui, apparteneva a Dio.

Generare figli è essere co-creatori. È partecipare al mistero dell’amore divino manifestato nella creazione. È offrire la nostra piccola partecipazione biologica perché il Padre effonda sui nostri figli la sua dimensione spirituale, il nèfesh [2] che solo Lui può dare. Essendo una partecipazione al mistero d’amore della Trinità generatrice di vita, la generazione di figli è, come dice l’Humanae Vitae, un dovere sacro di amore per Dio, per il coniuge e per tutta l’umanità, e non dev’essere mai strumentalizzata per la soddisfazione del proprio egoismo, per porre fine alla solitudine, per avere qualcuno che supplisca alla propria mancanza di affetto, per motivi politici, per avere qualcuno che ci curi nella vecchiaia, perché vogliamo avere dei figli. Basterebbe capire che ciascuno dei nostri figli riceve l’anima dalle mani del Padre, che la crea in Cristo attraverso il potere dello Spirito Santo, per rispettare enormemente la vita, la sua generazione, il suo sviluppo e la sua fine naturale.

Oggi corriamo il rischio di strumentalizzare la generazione dei figli per soddisfare il nostro egoismo e definire questo processo “paternità responsabile”. Bisogna esaminare in modo molto approfondito e con grande discernimento spirituale le nostre motivazioni alla luce del Magistero della Chiesa, che permette alle coppie cristiane di evitare figli, anche utilizzando i metodi naturali, solo se vivono in una situazione di impedimento grave, come afferma la Humanae Vitae.

Oltre al vivere l’immagine e somiglianza di Dio e al fatto di essere un atto di amore e di obbedienza a Lui, la generazione dei figli è un atto di fede e di speranza. Fede nella Divina Provvidenza non solo a livello finanziario, ma anche di cura e santificazione dei figli e della famiglia. Il Padre, per il quale generiamo i nostri figli e che è in prima istanza il loro unico padre (esercitiamo la nostra paternità per alcuni anni, ma i figli da noi generati sono figli del Padre per tutta l’eternità e sono generati solo se Lui interviene con il Suo potere creatore) è il responsabile ultimo del mantenimento della loro vita (sulla quale abbiamo responsabilità ma non potere), della loro santificazione (alla quale possiamo solo collaborare), della loro felicità, della loro vocazione e della forma di vita.

Generare ed educare i figli, soprattutto al giorno d’oggi, è prova di speranza e fiducia nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, nella Parola di Dio e nel Magistero della Chiesa. Generando figli secondo il Magistero, stiamo dichiarando di credere che sia verità e garanzia del fatto che stiamo facendo la volontà di Dio. È un modo di dire che speriamo in Lui, che confidiamo in Lui e che per la nostra fedeltà alla vita e alla co-creazione Egli manterrà le sue promesse di salvezza per tutta l’umanità.

I figli che generiamo sono generati non per l’infelicità che a volte sembra offrire il mondo, come molti Paesi sembrano temere oggi, ma per la felicità eterna. Generiamo figli per amore nei confronti di Dio e in Lui speriamo. Generiamo figli per la vita eterna. Vogliamo riempire il cielo per la gioia di Dio. Generando figli, molti figli per Dio, stiamo dicendo che crediamo e speriamo nella felice eternità. Dio non ci deluderà.

Non avvenga che il mondo veda le decine di figli delle famiglie musulmane riempire la terra e di vedere in questi nostri fratelli più speranza e fiducia che in noi, che conosciamo il Figlio unico donato dal Padre per la nostra salvezza.

Non avvenga, soprattutto, che noi coppie cattoliche e consacrate mediante il sacramento del matrimonio e il carisma della comunità siamo tentate da argomentazioni mondane di autosufficienza che ripongono la speranza più nell’illusorio potere umano di prevenire il futuro, di controllare la vita, di manipolare i processi di generazione e controllare il concepimento che nella Provvidenza e nella Saggezza divine.

È qui inevitabile alludere all’amore, alla fede e alla speranza di Abramo e di Maria. Abramo, come sappiamo e come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, era un uomo di fede, che aveva la certezza di ciò che non si vede, che oltre a confidare in Dio donava a Lui, l’Eterno, il proprio figlio. Suo figlio non era allevato per il mondo naturale, passeggero, finito, limitato e pieno di tristezze. Era generato e creato per il mondo soprannaturale, eterno, illimitato, infinito, in cui non ci sono pianto e stridore di denti, ma l’eterna felicità che è Dio. Abramo, obbedendo a Dio e preparandosi a sacrificare Isacco, ci indica il cielo.

La Madonna ha concepito Gesù attraverso l’amore, la fede, la speranza. Non ha semplicemente accettato e detto sì per fede, speranza e amore. Ben al di là di tutto ciò, questo Seme benedetto ha trovato in lei un terreno buono e fertile preparato per riceverlo mediante la fede incondizionata, la speranza incrollabile e l’amore di totale apertura e servizio della Figlia di Sion. Ebrea, Maria anelava alla venuta del Salvatore. Figlia di Israele, attendeva con gioia il compimento delle promesse di Jahvè. Piena d’amore, di apertura e disponibilità, era pronta a tutto ciò che Dio voleva fare di lei.

Maria è quindi il modello di ogni maternità – della maternità fisica delle persone sposate, della maternità spirituale dei celibi, della maternità della Chiesa. Lei che prima di concepire virginalmente Gesù nel suo grembo lo aveva concepito virginalmente nella sua anima, ha saputo educarlo alla fede, alla sua missione e vocazione, per donarlo all’umanità e offrirlo al Padre. Tutte queste tappe, che fungono da modello per ogni madre e ogni padre, mostrano come Maria intendesse la maternità come una vocazione e un servizio. Non ha mai tenuto Gesù per sé, e sicuramente nella sua anima ha fatto con Lui il processo di totale offerta al Padre e insieme a Lui ha capito la bellezza della Croce. La gioia di dare un figlio al mondo sperimentata da Eva in Genesi 3 è vissuta in modo sublime da Maria, che si dona al Padre per donare il Figlio all’umanità.

Noi, madri e padri, dovremmo imparare quanto la generazione di un figlio implichi prima, durante e dopo la nascita, una profonda donazione di noi stessi al Padre, del quale il figlio è frutto vivo. Per generare un figlio, i coniugi non si donano semplicemente l’uno all’altro, ma in questa donazione entrambi si donano al Padre mediante lo Spirito Santo che opera nel loro matrimonio e nel loro atto coniugale, ed entrambi offrono insieme i propri corpi e le proprie vite come co-creatori, in obbedienza al mandato divino in occasione della creazione. Generano in Dio figli di Dio e per Dio, per la Sua gloria, per la Sua Chiesa, per la Sua gioia.

Le coppie cristiane possano rispondere come Maria, come Giuseppe, come il Padre, come Abramo alle sfide del nostro mondo disilluso, pragmatico, materialista, con una risposta di obbedienza e fedeltà a Dio, al Vangelo, alla Chiesa.

[1] Saggio O Pai, o exercício da autoridade e a família na espiritualidade Shalom, Emmir Nogueira

[2] Nèfesh, “soffio di vita”. In Genesi 2, 7 leggiamo che “allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. Questo episodio è visto dalla Chiesa come il momento in cui Dio comunica all’uomo quello che solo Lui – e non il padre e la madre – può comunicare: l’anima, la sua dimensione spirituale.


Di Maria Emmir Oquendo Nogueira, cofondatrice della Comunità Cattolica Shalom

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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