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Il Papa: lottiamo per un futuro senza l’inganno della vendetta

Vatican Insider - pubblicato il 25/06/16

«Farà bene a tutti impegnarsi per un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta». Piazza della Repubblica è un simbolo imponente dea trasformazione di Yerevan da città regionale a grande metropoli. Dagli anni Quaranta fino al 1992 si chiamava Piazza Lenin, a motivo di una gigantesca statua del leader sovietico poi demolita. È qui che si tiene l’ultimo appuntamento del secondo giorno della visita in Armenia di Papa Francesco. All’inizio della cerimonia il Papa e Karekin, appena giunti con il volo papale da Gyumri, hanno attraversato a piedi la piazza uno a fianco all’altro, benedicendo la folla. Di fronte a migliaia di persone, il Vescovo di Roma e il Catholicos Karekin II si abbracciano e pregano insieme per la pace.

Nel suo saluto, Karekin II ricorda che «qualche decennio fa noi salutavamo il Terzo Millennio con la speranza che sarebbe stato l’inizio della convivenza nella solidarietà tra le nazioni» e la pace. Mentre invece «ogni giorno ci giungono notizie preoccupanti di un aumento delle attività di guerra e degli atti di terrorismo, dell’indicibile sofferenza umana, e di perdite irreparabili. I bambini, gli adolescenti, le donne e gli anziani in diversi angoli del mondo, di diverse nazionalità, religioni e confessioni, diventano le vittime di armi mortali e di violenza brutale, o scelgono la via di diventare rifugiati». 

Karekin II ha quindi citato il genocidio armeno, per aggiungere che «anche oggi la nostra nazione vive nella difficile situazione di una guerra non dichiarata e deve proteggere la pace entro i confini del nostro paese a un prezzo pesante, insieme al diritto del popolo del Nagorno-Karabakh di vivere in libertà nella sua culla materna». «In risposta alle aspirazioni pacifiche del nostro popolo – ha aggiunto il Catholicos – l’Azerbaigian ha violato il cessate il fuoco e ha iniziato le operazioni militari ai confini della Repubblica di Nagorno-Karabakh nel mese di aprile. Villaggi armeni sono stati bombardati e distrutti, soldati che proteggevano la pace, così come i bambini in età scolare sono stati uccisi e feriti, civili pacifici e disarmati sono stati torturati». 

Il Catholicos ha quindi ricordato i nuovi paesi che hanno «condannato il genocidio armeno, tra cui la Germania, che era alleata con la Turchia durante la Prima Guerra mondiale». Ha quindi auspicato che la Turchia sappia dimostrare «abbastanza coraggio per affrontare la sua storia, per porre fine all’embargo illegale sull’Armenia e cessare il sostegno alle provocazioni militari dell’Azerbaigian». 

Quando prende la parola, il Papa ripete la sua gratitudine a Dio per la «reale e intima unità» fra la Chiesa cattolica e quella apostolica armena: «Il nostro ritrovarci non è uno scambio di idee, è uno scambio di doni». Francesco dice di guardare con fiducia «al giorno in cui, con l’aiuto di Dio, saremo uniti presso l’altare del sacrificio di Cristo, nella pienezza della comunione eucaristica», una meta «tanto desiderata». 

Bergoglio ha quindi ricordato «i tanti martiri che hanno sigillato col sangue la comune fede in Cristo». «Tra i grandi Padri, vorrei riferirmi al santo Catholicos Nerses Shnorhali. Egli nutriva un amore straordinario nei confronti del suo popolo e delle sue tradizioni, ed era al contempo proteso verso le altre Chiese, instancabile nella ricerca dell’unità. L’unità non è infatti un vantaggio strategico da ricercare per mutuo interesse, ma quello che Gesù ci chiede». E per raggiungerla, secondo san Nerses, non basta «la buona volontà di qualcuno nella Chiesa», serve invece la «preghiera di tutti». 

Solo la carità, ha detto ancora il Papa «è in grado di sanare e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni… Siamo chiamati ad avere il coraggio di lasciare i convincimenti rigidi e gli interessi propri, in nome dell’amore che si abbassa e si dona, in nome dell’amore umile». Infatti, «non i calcoli e i vantaggi, ma l’amore umile e generoso attira la misericordia del Padre», per ammorbidire «la durezza dei cuori dei cristiani, anch’essi non di rado ripiegati su se stessi e sui propri tornaconti». 

«Quanto sono grandi oggi gli ostacoli sulla via della pace, e quanto tragiche le conseguenze delle guerre! – ha detto Francesco – Penso alle popolazioni costrette ad abbandonare tutto, in particolare in Medio Oriente, dove tanti nostri fratelli e sorelle soffrono violenza e persecuzione, a causa dell’odio e di conflitti sempre fomentati dalla piaga della proliferazione e del commercio di armi, dalla tentazione di ricorrere alla forza e dalla mancanza di rispetto per la persona umana, specialmente per i deboli, per i poveri e per coloro che chiedono solo una vita dignitosa». 

Il Papa è tornato a parlare dei massacri subiti cento anni fa dagli armeni: «Non riesco a non pensare alle prove terribili che il vostro popolo ha sperimentato: un secolo è appena passato dal “Grande Male” che si è abbattuto sopra di voi. Questo immane e folle sterminio, questo tragico mistero di iniquità che il vostro popolo ha provato nella sua carne, rimane impresso nella memoria e brucia nel cuore. Voglio ribadire che le vostre sofferenze ci appartengono; ricordarle non è solo opportuno, è doveroso: siano un monito in ogni tempo, perché il mondo non ricada mai più nella spirale di simili orrori!».

Ma Francesco ha anche invitato a far sì che «la memoria, attraversata dall’amore», diventi «capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti, dove le trame di odio si volgono in progetti di riconciliazione. Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace: un lavoro dignitoso per tutti, la cura dei più bisognosi e la lotta senza tregua alla corruzione, che va estirpata». 

Il Papa ha invitato i giovani a diventare costruttori di pace e ha auspicato che «si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh». Infine, Francesco ha salutato gli armeni mandando loro un abbraccio, tutti gli armeni della diaspora, chiedendo loro di essere «messaggeri di questo anelito di comunione», e «ambasciatori di pace»: «Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura». 

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