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Brexit, i cattolici bocciano l’uscita dalla Ue

Ton Snoei/Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 24/06/16

Italiani che esportano

Molte aziende italiane che esportano nel Regno Unito dovranno fare i conti con i dazi doganali che renderanno i nostri prodotti meno competitivi, così come per noi diventeranno più cari i farmaci, i servizi finanziari, le tecnologie per le energie rinnovabili e le automobili made in Uk (Wired.it, 24 giugno).

IL “REMAIN” DEL VATICANO

La posizione della Chiesa su Brexit era nota da tempo. E in queste ore si rimarca la linea chiara lanciata da monsignor Paul Gallagher, “ministro degli esteri” vaticanoall’emittente ITV (19 gennaio). «La Santa Sede rispetta la decisione finale del popolo britannico – ha detto Gallagher – perché è l’elettorato britannico a dover decidere. Ma pensiamo che lo vedremmo come un qualcosa che non andrà a rendere più forte l’Europa». E poi incalzato dalla giornalista, Gallagher ha aggiunto: «Meglio dentro che fuori» (Agensir, 19 gennaio).

L’APPELLO DELLE CHIESE

Non è un caso che a poche settimane dal voto, le Chiese (anglicana, cattolica, evangelica) e leader delle comunità islamiche ed ebraiche, abbiano invitato alla riflessione e alla responsabilità, in una lettera pubblicata sul periodico The Observer e rilanciata dal giornale francese La Vie, hanno sostenuto la necessità di continuare a lavorare per l’unità del «Vecchio Continente»: «La fede ci chiede di costruire ponti e integrare – si legge nell’appello – senza isolare e costruire barriere» (Aleteia, 5 giugno).

“ACCUSE ANTI UE INFONDATE”

Un appello inascoltato. L’arcivescovo della Chiesa d’Inghilterra, Christopher Hill, in qualità di vescovo anglicano inglese e presidente della Conferenza delle Chiese europee (Cec), si è espresso in relazione all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. «Non ci sono dubbi – ha commentato il vescovo – che ci sono questioni reali da discutere e non solo nel Regno Unito ma in molti Stati membri della Ue. Ma molte delle accuse, in particolare quelle relative alla questione migrazione che sono state determinanti nel Referendum, non hanno alcun rapporto con la realtà e il tono – almeno nel Regno Unito – è stato spesso più isterico che razionale, soprattutto tra i partiti populisti e in alcuni organi di stampa» (Il Faro di Roma, 24 giugno).

“ORA RISPETTO RECIPROCO”

Realista la posizione dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles. In una nota, hanno spiegato che la decisione britannica di lasciare l’Unione europea «deve essere rispettata», e che, dopo una «campagna spesso rancorosa», tutti dovrebbero lavorare per riguadagnare un «rispetto reciproco e di civiltà», a prescindere dalle «proprie opinioni» (Catholic Herald, 24 giugno).

Il cardinale Vincent Nichols, presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, ha sottolineato che Brexit dà inizio a «un nuovo corso che sarà esigente nei confronti di tutti» e che il popolo britannico deve ora «lavorare sodo per dimostrare che siamo buoni vicini», «deciso a dare un contributo» agli «sforzi internazionali per far fronte ai problemi del mondo».

“GARANTIRE IL BENE DEL REGNO UNITO”

Nel pomeriggio anche Papa Francesco, in viaggio verso l’Armenia, si è espresso sul Brexit, in sintonia con la posizione ufficiale dei vescovi inglesi: «E’ stata la volontà espressa del popolo e questo ci richiede a tutti noi una grande responsabilità per garantire il bene del popolo del Regno Unito e anche il bene e la convivenza di tutto il Continente europeo», ha detto il Papa.

“RISULTATO EGOISTICO”

Il teologo domenicano Timothy Radcliffe, una delle figure cattoliche più eminenti del Regno Unito rincara: «Ciascuno ha pensato soltanto al proprio interesse personale, egoistico. Le classi dirigenti hanno fatto così e anche i cittadini. E il terribile omicidio della meravigliosa parlamentare Jo Cox ha messo in luce il divario tra l’establishment e la gente, impoverita e privata di sogni» (Famiglia Cristiana, 24 giugno).

“PREVALSI I NAZIONALISMI”

Deluso monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio e vicepresidente della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea: «I nostri Padri fondatori dopo le due guerre mondiali che hanno dilaniato l’Europa» manifestavano «quel desiderio di mettersi insieme, di lavorare insieme… Credo che davvero sia venuta meno questa ispirazione di fondo con il rischio di fare emergere sempre di più gli aspetti nazionalistici. Quindi vedo questo fatto in modo molto preoccupante, proprio perché anche culturalmente vi è il rischio di un ritornare a una Storia che pensavamo fosse già finita».

“SCELTA NON MEDITATA”

Duro l’editorialista Andrea Lavazza su Avvenire (24 giugno): «Se il progetto europeo si è costruito nel tempo, con leader lungimiranti e capacità di sacrificare egoismi di corto respiro, il referendum britannico ci dice che il ricorso alla democrazia diretta in questa forma e su questi temi può non essere una buona via».

«La gente deve decidere, certo, e il voto va rispettato. Ma – prosegue Lavazza – non sempre avremo scelte meditate e accorte. La retorica della paura ha facilmente buon gioco, nel segreto dell’urna tanti inglesi hanno pensato più al loro cortile che al loro Paese. E potrebbero presto pentirsene. Tutti però dobbiamo oggi fare i conti con i pesanti effetti della loro croce apposta sulla casella “Leave”».

“COSI’ HANNO RAGIONATO GLI INGLESI”

Tempi.it (24 giugno), per capire cosa s’aggirasse nelle menti inglesi, rilancia l’opinione del filosofo conservatore Roger Scruton durante una recente conferenza a Tilburg, in Olanda: «Noi britannici ci sentiamo europei, ma l’Unione Europea non rappresenta l’Europa che siamo e amiamo. Il Regno Unito non è stato occupato dai nazisti come gli altri paesi europei, e questo implica una differenza psicologica profonda. Noi non ce la sentiamo di devolvere sovranità a un potere sovranazionale dopo che abbiamo lottato tanto per conservarla, vincendo con tante sofferenze».

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brexitunione europea
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