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“Non mi piace quando si parla di genocidio di cristiani”

© Antoine Mekary / ALETEIA
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Per papa Francesco è un’espressione riduttiva, che focalizza la questione da un punto di vista solo sociologico e sminuisce una realtà articolata, complessa e drammatica. A Villa Nazareth, oggi pomeriggio, il Pontefice afferma che a lui non piace l’uso della definizione «genocidio» applicata alla situazione dei cristiani in Medio Oriente. In realtà, lì è in atto una persecuzione, un martirio, e dunque si deve parlare di sacrificio della vita per ragioni di fede.

Villa Nazareth, nella zona della Pineta Sacchetti, Roma, è stata creata nel 1946 dall’allora monsignor Domenico Tardini, poi cardinale, per accogliere orfani e figli di famiglie numerose e povere al fine di valorizzare la loro formazione al servizio della società. Presidente della Fondazione è il cardinale Achille Silvestrini, da giovane prete già collaboratore di Tardini. Ad accompagnare il Papa nella visita odierna il vicepresidente l’arcivescovo monsignor Claudio Maria Celli.

Dopo i saluti iniziali, nella cappella si riuniscono gli studenti del collegio universitario di Villa Nazareth di oggi, laici, preti: si ascolta il brano del Vangelo del Buon Samaritano. Il Vescovo di Roma mette poi in evidenza la figura dell’albergatore che accoglie il samaritano: «Avrà pensato che è un pazzo, che usa i suoi soldi, che cura le ferite». Invece è un «peccatore che ha compassione». «Ecco cosa fa la testimonianza – sottolinea Francesco – Ha seminato inquietudine il samaritano nel cuore dell’albergatore. E questo fa la testimonianza». «Sicuramente l’albergatore è in Cielo. Quel seme ha germogliato»: papa Francesco conclude con questa affermazione questa sua analisi della parabola evangelica. Nell’incontro con i giovani, il Papa ha ricostruito la parabola in un’ottica del tutto particolare, quella dell’albergatore, «un anonimo, perché di lui il Vangelo non ci dice neppure il nome». Eppure proprio quest’uomo «ha visto una cosa che mai avrebbe creduto di vedere: un samaritano che aiuta un ebreo. Lo raccoglie e con le proprie mani cura le sue ferite. Lo porta in albergo e promette al locandiere: “Io ti pagherò”. “Deve essere un pazzo. Mai visto questo”, avrà detto l’albergatore. Ma da quel “pazzo” ha ricevuto la Parola di Dio. E quando il samaritano è tornato a pagare il conto forse gli avrà detto: “lascia stare, ci penso io”». «Quelle parole dell’albergatore, “lascia, questo va per conto mio” sono state la prima risposta alla testimonianza del Samaritano, la testimonianza di un peccatore perché il Samaritano non era fedele al popolo di Dio, ma ha avuto compassione. Era un peccatore che ha compassione e ha sentito questo. Ma sulle prime l’albergatore non ci capiva niente. È rimasto col dubbio, la curiosità l’inquietudine dentro. La testimonianza ha seminato inquietudine nel cuore del locandiere. Non sappiamo cosa è successo dopo, ma sicuro lo Spirito Santo lo ha fatto crescere. E lui, l’albergatore anonimo ha lasciato crescere quel messaggio. La testimonianza passa e se ne va. La lasci lì e vai. E il Signore la fa crescere: è come la pianta che cresce anche mentre il padrone dorme».

«Che Dio ci liberi dai preti che vanno di fretta»
«Mi auguro questo – scandisce il Papa – anche per noi. E che il Signore ci liberi dai briganti (come quello che aveva derubato e ferito il passante, ndr). Ce ne sono tanti eh. Ma ci liberi anche dai sacerdoti che vanno sempre in fretta, come quello che non ebbe il tempo di fermarsi a soccorrere il ferito, magari doveva andare a chiudere la chiesa, c’è un orario da rispettare, non hanno tempo di ascoltare e vedere: devono fare le loro cose. E dai dottori della legge, come quello che non poté fermarsi, magari era un avvocato e non poteva rischiare di perdere un giorno di lavoro e forse di un giorno per andare a testimoniare in tribunale… Uno di quelli che vogliono presentare la fede di Gesù con rigidità matematica. Ci insegni a fermarci e ci insegni la saggezza del Vangelo. A sporcarci cioè le mani: il Signore ci dia questa grazia».

Dopo il Padre Nostro e la benedizione il Pontefice saluta il personale di servizio e si trasferisce nel campo sportivo, dove circa 1300 persone lo aspettano. Parlando senza leggere testi scritti, risponde a una serie di domande di studenti ed ex studenti della residenza universitaria su vari temi.

In Medio Oriente c’è persecuzione, non «genocidio»
Non gli piace, l’utilizzo dell’espressione «genocidio» per la situazione dei cristiani in Medio Oriente. Secondo il Papa si tratta di una definizione riduttiva, che focalizza la questione da un ottica sociologica e ciò riduce una realtà articolata e complessa a categorie di pura dinamica sociale. In realtà in Medio Oriente si tratta di persecuzione, «che porta i cristiani alla pienezza della loro fede», di martirio, e dunque di sacrificio della propria vita per ragioni di fede. «A me non piace – dichiara con tono severo – e voglio dirlo chiaramente, quando si parla di un genocidio dei cristiani in Medio Oriente. Questo è un riduzionismo». «Non facciamo riduzionismo sociologico di quello che è un mistero della fede, un martirio – avverte – Quei cristiani copti, sgozzati sulle spiagge della Libia. Tutti sono morti dicendo “Gesù, aiutami”. Io sono sicuro che la maggioranza di loro non sapeva neppure leggere ma erano dottori di coerenza cristiana, cioè erano testimoni di fede e la fede ci fa testimoniare tante cose difficili nella vita». «Non inganniamoci – ammonisce ancora Papa Bergoglio – il martirio cruento non è l’unico modo di testimoniare Gesù Cristo. Oggi ci sono più martiri che nei secoli passati, ma c’è il martirio di tutti i giorni: il martirio della pazienza, nell’educazione dei figli, nella fedeltà all’amore».

Il martirio quotidiano e dell’onestà
Francesco spazia la sua riflessione a diverse situazioni della vita quotidiana dove in modi diversi i cristiani vivono situazioni di martirio, di testimonianza della propria fede. Oltre al martirio massimo, quello del sangue, esiste pure quello di tutti i giorni, il «martirio dell’onestà in questo mondo che si può chiamare paradiso delle tangenti». Troppo spesso «manca il coraggio di buttare in faccia i soldi sporchi. È un mondo dove tanti genitori danno da mangiare ai figli il pane sporcato delle tangenti».

«Tante volte mi trovo in crisi con la fede»
A chi gli domanda se ha mai avuto una crisi di fede, Francesco dice – dopo avere definito ironicamente la domanda coraggiosa – «Tante volte mi trovo in crisi con la fede, a volte ho avuto» l’audacia di «rimproverare Gesù e anche di dubitare. Questo sarà la verità? Ma sarà un sogno?». Gli è successo «da ragazzo, da seminarista, da religioso, da prete, da vescovo e anche da Papa». Poi evidenzia: a «un cristiano che non ha sentito questo alcune volte», un cristiano a cui «la fede non è entrata in crisi, manca qualcosa». A tale proposito il Papa aggiunge: «Non conosco il cinese, con la lingua ho tanta difficoltà. Mi hanno detto che la parola crisi si fa con due ideogrammi: rischio e opportunità».

Ai giovani: no alle «mummie di museo» e alle vite «parcheggiate»
Ecco poi un appello ai ragazzi: «Rischia, altrimenti la tua vita lentamente sarà una vita paralitica, felice, contenta ma lì, parcheggiata». Per il Papa è «molto triste vedere vite parcheggiate. È molto triste vedere persone che sembrano più mummie di museo che essere viventi. Rischia! – esclama – Vai avanti!». «Sbaglierai di più se rimani fermo – insiste – Quello è lo sbaglio brutto. La chiusura. Rischia su ideali nobili, sporcandoti le mani. Come ha rischiato quel samaritano della parabola. La testimonianza credibile di Gesù Cristo che è vivo. Ci ha accompagnato nel dolore ma è vivo. Detto così sembra molto clericale. Io capisco quale testimonianza cercano i giovani: quella dello schiaffo». Spiega Francesco «Uno schiaffo ti sveglia dalle illusioni che ti fai con idee e promesse, illusioni del successo, avrò successo per quella strada. Lo specchio è di moda. Guardarsi. Quel narcisismo che ci offre la cultura di oggi. Quando non abbiamo testimonianza ma abbiamo bel lavoro, una famiglia e siamo uomini e donne parcheggiati nella vita. Che non camminano. Siamo i conformisti, seguaci di un’abitudine che ci lascia tranquilli, abbiamo il necessario non manca niente. Ma quando siamo tranquilli c’è sempre la tentazione della paralisi».

Meglio non sposarsi senza la consapevolezza del sacramento
«Meglio non sposarsi se non si sa cosa sia il sacramento», dice. Giovedì pomeriggio al Laterano, il Papa ha osservato, per la stessa ragione, che «oggi la maggior parte dei matrimoni non sono validi». Ma la versione ufficiale del discorso, rivista in Vaticano, riporta: «Una parte dei matrimoni», Francesco c’è tornato sopra: «Oggi – ha spiegato – molti non siamo liberi in questa cultura edonistica. Il sacramento del matrimonio si può celebrare soltanto nella libertà, se no non lo ricevi». «Una parte delle persone che si sposano non sa cosa fa – prosegue – C’è una cultura del provvisorio che penetra in noi, nei nostri valori e giudizi. E questo significa che il matrimonio dura finché l’amore dura, e poi finisce. La Chiesa deve lavorare molto su questo punto nella preparazione al matrimonio».

Poi Francesco confida la sua gioia quando alla messa di Santa Marta viene festeggiato il 50esimo o 60esimo di matrimonio di qualche coppia. «Sono felice di parlare con loro», dice rivelando di avere chiesto spesso agli sposi: «In tutti questi anni anni chi ha avuto più pazienza?». E di avere avuto frequentemente come risposta: «Tutti e due, abbiamo litigato quasi tutti i giorni. Ma pazienza, Padre noi siamo innamorati». «Dopo 60 anni – rileva Jorge Mario Bergoglio – questo è grande. Uno dei frutti del sacramento. Lo fa la grazia, magari possiamo capire questo». «Si litiga – riconosce – tutti lo sappiamo. Volano i piatti: è cosa di tutti i giorni. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Ho paura della “guerra fredda” di tutti i giorni. Basta un gesto per chiedere scusa o perdonare. Non dimenticate di carezzarvi voi sposi. La carezza è uno dei linguaggi dell’amore, per dire: “Ti voglio tanto, ti amo. Anche col corpo. Sempre”. Le carezze: credo che con queste si potrà mantenere quella forza del sacramento. Anche il Signore carezza la Chiesa, la sua sposa».

L’economia uccide, l’industria delle armi è l’affare migliore
«La guerra è l’affare che in questo momento rende più soldi. Spesso la Croce Rossa non riesce a fare arrivare gli aiuti umanitari. Ma le armi arrivano sempre. Non c’è dogana che le fermi». Papa Francesco lo ripete nel dialogo con i giovani di Villa Nazareth. «Oggi – denuncia – c’e un’economia che uccide. Al centro non c’è l’uomo o la donna ma il Dio denaro e questo ci uccide. Una mattina puoi trovare un senzatetto morto di freddo in piazza Risorgimento e non è notizia. Ma se la Borsa di Tokio o New York calano di 2 o 3 punti è una grande tragedia internazionale. Siamo schiavi di un sistema che uccide».

Chiesa chiusa significa cuore chiuso, bisogna ritrovare il senso di accoglienza
«Se una chiesa ha la porta chiusa, vuol dire che quella comunità cristiana ha il cuore chiuso. Dobbiamo riprendere il senso dell’accoglienza». Di più: «L’accoglienza è una croce, ma una croce bella, perché ci ricorda quell’accoglienza che ha il buon Dio nei nostri confronti ogni volta che andiamo da lui».

Cristiani perfetti? «Guardate un pavone da dietro…»
«C’è chi si pavoneggia» credendo «di essere un cristiano perfetto. Il pavone è bello ma giratelo e guardatelo da dietro, anche quella è la verità del pavone». Lo suggerisce parlando dell’«ipocrisia della fede». «Tanti sono truccati da cristiani ma non sono cristiani». Poi il Papa racconta un esempio di ciò che può avvenire nelle chiese: «Tu non sei sposato in chiesa e non puoi fare il padrino. Tu invece sei un truffatore, uno sfruttatore, trafficante di bambini. “Ma è un bravo cattolico, dà l’elemosina alla Chiesa”. Sì, tu puoi essere padrino. Ma così noi abbiamo capovolto i valori».

«Ci salviamo tutti o nessuno»
Francesco termina citando le parole di San Paolo «O ci salviamo tutti o nessuno», che l’Apostolo pronuncia quando naufragando trova riparo a Malta.

Infine il Papa si scusa con i presenti per la lunghezza delle sue risposte di oggi: «Erano 7 domande e io ho fatto il sermone delle 7 parole che in Argentina durava 3 ore. Pregate per me. Questo lavoro non è facile».

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