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La sessualità nel matrimonio cristiano è meravigliosa

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Alfa y Omega - pubblicato il 25/05/16

E cosa è successo dopo?

R.: Poi, improvvisamente, la mia attività è fallita e io ho perso letteralmente ogni cosa. Non avevamo più una casa e ho dovuto ricominciare tutto da zero, proprio nel momento in cui stava per nascere il nostro quarto figlio. In quel momento ho toccato il fondo e ho chiamato il mio caro amico Jesús Poveda; mi ha seguito in qualità di terapeuta, dicendomi che ero più che depresso. Mi ha dato molti consigli, ma poi siamo dovuti andare a vivere a Madrid per lavoro. Siamo arrivati nel 2002 per ricominciare tutto da capo. Nel corso del tempo ci siamo resi conto che, come successo anche a Giobbe, Dio ha permesso tutto quello che abbiamo passato per poterci far nascere di nuovo. Io ho recuperato la mia relazione con Dio, il mio matrimonio e la mia famiglia. Era un deserto, ma piano piano tutto si è sistemato. Nel 2005 abbiamo cominciato a lavorare nell’associazione spagnola Foro de la Familia. Nel 2006 siamo andati a Medjugorje. Poi abbiamo conosciuto l’Istituto Giovanni Paolo II. Tutto questo ci è stato di grande aiuto.

L.: Credo che la cosa difficile sia stata gestire il denaro. Vivere con molto denaro. Perché entrambi proveniamo da famiglie in cui non c’è mai stato il superfluo. Quando il denaro arriva all’improvviso, bisogna saperci convivere, rischiando di dimenticarsi ciò che è davvero importante. Soprattutto, gli abbiamo permesso di rovinare la nostra relazione, dandola per scontata. Pagavamo tasse molto alte, ma sentivo che non era buono avere tutto quel denaro. Non era sbagliato in sé, ma eravamo noi a non gestirlo bene. Provengo da una famiglia di cinque figli, e ho sempre visto i sacrifici sofferti dai miei genitori, il loro duro lavoro. Ecco perché la nuova condizione di ricchezza mi destabilizzava. Perdere tutto è stato molto duro, ma ci ha aiutati a tornare all’essenziale e a poter ricominciare.

E da allora siete più uniti?

L.: Siamo diventati ancora più uniti. Sapevamo che ciò che stavamo per ricominciare sarebbe stato più autentico di quanto avevamo avuto fino a quel momento. Ho superato questa crisi nel silenzio e nella preghiera, perché altrimenti sarebbero sorte tante discussioni e critiche che ci avrebbero soltanto fatto del male. Ho imparato che a volte bisogna soltanto pregare, fare silenzio e stare nell’ombra in modo da far fiorire di nuovo la proprio relazione.

Questa esperienza sarà servita in seguito nel vostro lavoro pastorale per famiglie…

R.: Tutto è avvenuto in modo molto naturale, quasi senza rendercene conto. Il nostro desiderio di condividere quanto abbiamo sofferto – desiderio maturato sin dall’inizio del nostro matrimonio – ci ha portati ad aprire la porta di casa nostra per accogliere persone che hanno bisogno di aiuto (una nostra amica chiama questa nostra attività la “pastorale della frittata di patate”). Negli anni abbiamo tenuto diverse conferenze sull’educazione affettivo-sessuale, su tematiche pro-vita, sulla maternità… E poi abbiamo avuto l’occasione di formarci ancora di più con il master dell’Istituto Giovanni Paolo II. Abbiamo iniziato così a inquadrare quelle che per noi erano soltanto delle intuizioni, abbiamo iniziato a dare un nome a ogni cosa che abbiamo vissuto. Scoprendo che il matrimonio e la famiglia sono cose meravigliose. Abbiamo apprezzato molto quel master, e abbiamo accolto in modo molto potente questa chiamata ad essere una famiglia per le famiglie. Un giorno il delegato della pastorale della famiglia, Fernando Simón, ci ha chiesti di guidare il Centro di Orientamento Famigliare Giovanni Paolo II, e ci siamo fiondati in questa nuova avventura. Stiamo prendendo tutto questo come una continuazione molto naturale di quanto abbiamo vissuto sempre nel nostro matrimonio.

Cioè che la famiglia non dovrebbe chiudersi in se stessa, ma fare in modo di offrire il proprio amore anche all’esterno?

R.: Assolutamente sì. Nella Familiaris consortio viene detto espressamente. E Giovanni Paolo II ha chiesto alle famiglie, e lo ha fatto proprio in Spagna, di aprire le porte di casa. È logico: se si possiede un tesoro, bisogna condividerlo. È un aspetto essenziale. Ci siamo resi conto che una delle cose peggiori che possano capitare in una famiglia è la chiusura in se stessa, è fare in modo che la vita famigliare sia ridotta ai figli e al lavoro, come se fosse un nucleo chiuso. Partendo dalla propria vulnerabilità, bisogna aprirsi agli altri. Bisogna fare in modo che i figli si mischino ad altri bambini che forse non hanno la fortuna di avere una famiglia come la tua, affinché i tuoi figli possano essere apostoli tra gli amici che forse soffrono per la separazione dei genitori.

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Tags:
famigliamatrimoniosessualitàteologia del corpo

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