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Da dove deriva la parola “ostia”?

Eucaristia e esposos – it

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Aleteia Team - pubblicato il 04/05/16

I cristiani hanno adottato questo termine per riferirsi all'Agnello immolato

Qualche volta, pensando al “sacramento della carità”, mi sono posto questa domanda: perché associamo “Eucaristia” a “ostia”?

Si parla di adorare l’ostia, inginocchiarsi davanti all’ostia, portare l’ostia in processione (nella festa del Corpus Domini), custodire l’ostia… Un bambino una volta è andato dalla catechista e le ha chiesto: “Quanto manca perché io prenda l’ostia?” Si riferiva alla Prima Comunione.

Ho avuto allora l’idea di indagare sull’origine della parola “ostia”. Ho preso un dizionario (vari, in realtà) e ho scoperto che in latino “ostia” è praticamente sinonimo di “vittima”. I romani chiamavano “ostia” gli animali sacrificati in onore degli dei, le vittime offerte in sacrificio alla divinità, i soldati morti in guerra a causa dell’aggressione nemica, mentre difendevano l’imperatore e la patria. Legato alla parola “ostia” è il termine latino “hostis”, che vuol dire “nemico”. Da questo derivano parole come “ostile” (aggressivo, minaccioso, nemico) e “ostilizzare” (aggredire, provocare, minacciare). La vittima fatale di un’aggressione è quindi un’“ostia”.

E allora è avvenuto quanto segue: il cristianesimo, entrando in contatto con la cultura latina, ha aggiunto al suo linguaggio teologico e liturgico la parola “ostia” proprio per riferirsi alla più grande “vittima” fatale dell’aggressione umana: Cristo, morto e risorto.

I cristiani hanno adottato la parola “ostia” per riferirsi all’Agnello immolato e allo stesso tempo risorto presente nell’Eucaristia. La parola “ostia” passa quindi a indicare la realtà che Cristo stesso ha mostrato nell’ultima cena:
“Questo è il mio corpo, offerto… questo è il mio sangue, versato…”

Il pane consacrato, quindi, è un’“ostia”, anzi, la vera “ostia”, cioè il Corpo stesso del risorto, una volta mortalmente aggredito dalla malvagità umana e ora vivo tra noi, fatto pane e vino, offerto come cibo e bevanda: prendete e mangiate… Prendete e bevete…

Con il tempo, purtroppo, si è perso molto di questo senso profondamente teologico e spirituale che la parola “ostia” ha assunto nella liturgia del cristianesimo romano primitivo, e ci si è concentrati quasi solo sulla materialità della “particola circolare di pasta di pane azzimo consacrata nella Messa” – al punto che arriviamo a chiamare “ostie” anche le particole non ancora consacrate!

Oggi, quando parlo di “ostia”, penso alla “vittima pasquale”, penso alla morte di Cristo e alla sua resurrezione, penso al mistero pasquale. Ostia per me è questo: la morte del Signore e la sua resurrezione, la sua donazione totale per noi, presente nel pane e nel vino consacrati. Per questo, dopo l’invocazione dello Spirito Santo sul pane e sul vino e la narrazione dell’ultima cena del Signore nella Messa, tutta l’assemblea canta: “Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta”.

Di fronte a questa “ostia”, ovvero di fronte a questo mistero, la gente si inchina con profonda reverenza, si inginocchia e si immerge in una profonda contemplazione, assumendo l’impegno di essere così: corpi offerti “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). Adorare l’“ostia” significa arrendersi al suo mistero per viverlo nella quotidianità. E comunicare l’“ostia” significa assimilare il suo mistero nella totalità del nostro essere per diventare ciò che è Cristo: ostia, offerta al servizio dei fratelli.

E ora capisco meglio quando il Concilio Vaticano II, esortando alla partecipazione consapevole, pietosa e attiva al “sacrosanto mistero dell’Eucaristia”, chiede che i fedeli, “offrendo l’Ostia immacolata, non soltanto per le mani del Sacerdote, ma insieme con Lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore” (SC II,48).

Fra’ José Ariovaldo da Silva, OFM

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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