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Sacerdoti veri, non omologati funzionari replicanti del Sacro

Pixabay.com/Public Domain/ © Senlay

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 22/04/16

“Don Senza Lancette” è il primo della lista, un uomo che dimentica l’orologio per ascoltare davvero la persona che ha di fronte e che con fiducia gli apre il suo cuore:

«Una cosa davvero brutta quando apri la tua anima a qualcuno, è vedere che la persona a cui ne stai donando un pezzo con fiducia e fatica sta invece guardando di sfuggita, ma con precisa regolarità, un punto dietro le tue spalle. Sai che lì c’è un orologio. Comprendi che sta soppesando, o peggio sopportan­do, il tempo che concede. Ammetto che è capitato anche a me. (…) Poi ho conosciuto don Senza Lancette. Non l’ho mai visto dire di no a un incontro. Non l’ho mai sentito divorato dal tempo. Vive l’attimo con tutti gli onori e le attenzioni che esso merita.  Non è schiavo dell’agenda, delle proprie priorità che vogliono superare quelle delle persone che incontrano. (…) Non ha scadenze da rispettare: quando un’anima lo avvicina, lì c’è tutto quello che gli serve e ciò che egli stesso vuole in quel momento. Una bella immagine di parroco: nessuno può dirgli: «Non la trovo mai», per­ché… c’è sempre. Vive per il suo ministero. Il suo Signore».

“Il mio primo parroco” è il sacerdote dell’infanzia, quello che ha accompagnato l’autore alla Prima Comunione. “Persona affabile e riservata insieme”, con il quale andava a fare il giro delle case per le benedizioni quando faceva il chierichetto.

«(…) Anni dopo, vivendo ormai altrove, leggo la notizia che l’hanno fatto vescovo di una diocesi vicina, non semplice, per la forte presenza di protestanti. Sono an­dato a trovarlo: suono all’episcopio e mi apre diretta­mente lui. Mi dicono che fa sempre così, nonostante una segreteria ce l’abbia. Non importa: «La gente – mi dice – suona per incontrare il vescovo, non il suo segretario». Facciamo pranzo insieme e mi serve, alzandosi ogni volta che occorre. Si ricorda tutto della mia famiglia. (…) Lo ricordo vestito con semplice eleganza da prete: ha mantenuto lo stesso sarto anche da vescovo, se non per la croce pettorale che spunta sotto la giacca, e l’anello. Gli chiedo se è difficile la sua missione: mi risponde che finché si ha voglia di dialogare, la strada è sempre libera, anche se in salita. (…) Quello che lo preoccupa sono le vocazioni azzerate: gli farebbe comodo qualche prete giovane in più, con le valli che hanno diverse parrocchie vuote e i suoi parro­ci anziani che fanno le capriole per dire messa ovunque. Mi confida che spesso va lui in persona a sostituire qualche prete ammalato. E se può, fa ancora il giro per la benedizione delle case».

E poi il prete dell’adolescenza, un uomo ricco di entusiasmo, tenacia e profonda fede, che per portare al mare tutti i ragazzi dell’oratorio affittò un treno…

«Con lui ho passato gli anni, per me impossibili, dell’a­dolescenza. Ed è stato la mia salvezza. Quando penso alla parola “oratorio” lui è l’immagi­ne più importante, nei miei ricordi.  Ho amato il suo saper essere leader; l’andarci giù deciso, con le ingiustizie dei bulli; il saper proporre, rendendo avvincente ogni cosa. Più di tutto, amavo trovare la porta del suo ufficio sem­pre aperta quando avevo bisogno: non è mai stato una spalla su cui piangere, ma sempre una ricarica per ripartire. Un giorno ha chiamato noi animatori e ci ha detto che i ragazzi dovevamo conquistarli tutti: era arrivato ad avere un oratorio con oltre mille presenze, ma non gli bastava ancora. Per portarci al mare doveva affittare un treno, perché i pullman non erano sufficienti. (…)Il lunedì pomeriggio il suo universo vulcanico si fer­mava, per un momento in chiesa con noi: si pregava in silenzio e quiete, non erano ammessi disturbi di alcun tipo. Poi si ripartiva: il suo motto, con cui tante volte ci ha caricato, è che c’era un paese da cambiare. Allora erano parole credibili, non le usavano ancora i politici».
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oratorioparrocchiepretisacerdotisacerdoziosan paolo edizioni
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