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Il successo di “The Story of God” e “Rebel Pope” sul National Geographic

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National Geographic

Matthew Becklo - pubblicato il 09/04/16

Questi due nuovi programmi, pur se non perfetti, intrattengono facendo luce su importanti questioni di fede

Lo scorso week-end National Geographic ha trasmesso in anteprima un programma sulla “storia di Dio” e su quella di un uomo di Buenos Aires chiamato a servirlo.

In “The Story of God,” Morgan Freeman mette da parte l’umorismo sottile della divinità vestita di bianco di Una settimana da Dio e Un’impresa da Dio per portare il pubblico a un viaggio spirituale più intellettuale. “Sono sempre stato affascinato da Dio”, dice Freeman nel trailer, con il suo inconfondibile timbro di voce. “Ci chiediamo tutti una domanda fondamentale: chi è Dio?”

Ma non dovreste seguire Freeman aspettandovi che tratti adeguatamente il modo in cui le grandi religioni del mondo hanno risposto alla domanda. Infatti soltanto due dei sei episodi, “La creazione” e “Chi è Dio?” sembrano affrontare la questione.

La serie apre invece con un episodio sull’aldilà che è più orientato verso le origini culturali e sociali delle credenze religiose. Freeman ripercorre le credenze sull’aldilà dalle tombe dell’Antico Egitto e i suoi geroglifici e visita i templi aztechi, il fiume Gange e la Chiesa del Santo Sepolcro, tutti siti rappresentanti diverse manifestazioni di quella credenza comune – sacrificio, reincarnazione e resurrezione – che ha caratterizzato tutta la Storia. Si rivolge anche a un medico per chiedere delle prove scientifiche sulla sopravvivenza dell’anima e incontra due persone che aspirano a essere dei, costantemente impegnati a realizzare la propria immortalità.

È tutto interessante (e di fondamentale importanza), ma qual è il punto?

La nostra guida in questo viaggio spirituale confessa di avere molte “e diverse credenze” rappresentate nella sua libreria. La sua ricerca mira a costruire ponti ma, per quanto estremamente necessario nel nostro clima politico, questo approccio ci conduce inevitabilmente ad acque ampie e poco profonde dove emerge soltanto un’unione superficiale. “Non importa quale sia la nostra fede”, dichiara Freeman nella conclusione, “tutti possiamo diventare eterni, come le stelle”. Un sentimento vuoto che non risolve alcunché per nessuno. La religione comparativa, ha scherzato Chesterton, è utile soltanto quando porta a fare dei paragoni. Vale la stessa cosa per “The Story of God”.

Ma per il suo spirito di rispetto reciproco e di sparsi momenti di illuminazione, vale la pena vederlo. Ad esempio, a serie inoltrata, Freeman si siede accanto al Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, discutendo con lui sulla complementarietà di fede e ragione nell’ambito della creazione del mondo. Roma gioca infatti un ruolo chiave in tutta la serie — cosa curiosa, dato che il canale National Geographic ha anche appena lanciato Rebel Pope, un nuovo documentario su Papa Francesco.


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Lo speciale, della durata di circa un’ora, copre molti punti trattati in altri documentari su Papa Francesco ma offre, come elemento in più, una buona esecuzione artistica nel portare la sua storia sullo schermo. Attraverso la prospettiva di amici e biografi, il film ripercorre gli studi di chimica di Francesco, la sua chiamata al sacerdozio, il periodo di agitazione politica e sociale in Argentina (culminato per Bergoglio nel rapimento e tortura di due sacerdoti rivoluzionari molto cari a lui, Orlando Yorio e Franz Jalics) durante la cosiddetta “Guerra Sporca”.

Neanche Rebel Pope è perfetto. Il documentario sottintende (seppur in modo sottile) che sebbene il giovane Bergoglio fosse, sul tema della virtù dell’obbedienza, un oratore gesuita ai limiti dell’autoritarismo, la sua esperienza in Argentina nel suddetto periodo lo abbia portato a rinunciare a tutto questo, diventando un rivoluzionario duro e puro. Ma nonostante ogni tentativo dei media di inquadrarlo in un sistema predefinito, incontrare il vero Papa Francesco significa incontrare un uomo che, in ogni cosa, pensa e agisce con la rivoluzionaria sapienza della Chiesa.

Ma tirando le somme entrambi i programmi sono piacevoli da vedere e fanno luce sulle dimensioni storica, sociale e istituzionale della fede che hanno reso possibile la sua iniziale espressione.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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