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Il segreto di Kung Fu Panda 3? La paternità…

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Mario Adinolfi svela il tentativo coatto di far diventare un cartone strumento di propaganda, ma il film dice molto di più...

Avrete sicuramente sentito parlare della strana querelle che ha coinvolto Mario Adinolfi, Fabio Volo, un Panda e la questione sempre delicatissima della stepchild adoption. No? Vi aggiorniamo noi.

E’ tutta questione di Kung Fu

Esce in questi giorni nelle sale italiane il terzo capitolo di Kung Fu Panda, eroe di casa Dreamworks che ha dimostrato come anche un Panda, ciccione, goffo e svogliato abbia dentro di sé le caratteristiche per essere non solo un maestro di arti marziali, ma anche una persona migliore. Del resto il Kung Fu è sì una antichissima tecnica di lotta, ma anche un percorso interiore. Se nel primo capitolo Po – questo il nome del protagonista – veniva scelto come “guerriero dragone” capace di imparare l’ultimo segreto del Kung Fu e battere l’imbattibile e cattivissima tigre Tai Lung, pur essendo stato allevato da un’oca, nel secondo scopre il suo essere stato adottato e l’importanza della famiglia, approfondendo ulteriormente le proprie arti marziali, nel finale del film si scopriva che il padre biologico di Po era vivo e lo stava cercando. Il terzo capitolo comincia da qui. Il padre che aveva dovuto abbandonare il figlio per salvarlo dalla morte, lo ritrova ed inizia una competizione col padre adottivo. Panda contro Oca. Fortunatamente parliamo di un cartone animato…

La questione è che – per amore di Po – i due diventano (scusate lo spoiler) alla fine amici e decidono di vivere insieme per il bene del figlio. Fin qui il racconto e dunque sostanzialmente i fatti.

Il film è dunque una apologia del matrimonio omosessuale e della stepchild adoption? No. Il film è stato prodotto per un mercato, quello americano, dove – nel bene e nel male – la questione delle famiglie omogenitoriali e delle adozioni per single e coppie gay è ormai sdoganatissimo, difficile trovare in questa motivazione la chiave della sceneggiatura. Di certo risente del clima culturale che l’ha generata, questo è certamente vero.

 

 

Ma allora Adinolfi sbaglia? Nì.

E’ chiaro che volontariamente o involontariamente, la Dreamworks stia sfruttando il dibattito pubblico per promuovere a costo zero il proprio prodotto. Nelle interviste così come nei pezzi che hanno ricevuto una imbeccata dalla produzione (Wired ad esempio, il 7 marzo).

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