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I piccoli lebbrosi nel mio salotto

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Quando sognavo di fondare un ordine religioso non avevo capito cosa stavo inventando…

Perché Gesù sta piangendo?

Perché è caduto. Perché la banana si è rotta. Perché ho detto che non può infilare gli altri spazzolini nello scarico del bagno (ce ne ha già buttati tre). Perché non può suonare l’organo durante la Messa. Perché nonna ha giocato con lui fuori solo tre ore prima di dover andare via. Perché sua sorella ha già detto che potremo chiamare il nuovo bebè Dora se è una bambina ma non Boots se è un maschietto [Dora e Boots sono i protagonisti del cartone animato Dora l’Esploratrice, n.d.t.]. Perché il pupazzetto Lego ha perso il suo caschetto. Perché ha due anni, il modo è grande e c’è sempre qualcosa che non va.

Mio figlio più piccolo si chiama Henry, non Gesù, e si lamenta e piange continuamente in questa valle di lacrime che è la sua vita. Il disappunto arriva rapidamente e con una notevole furia, sia per Henry che per i suoi fratelli più grandi, anche se in quest’ultimo caso in modo più sporadico.

Una volta ero una donna single. Recitavo il rosario. Riflettevo sulla Scrittura. Andavo a Messa ogni giorno, mi confessavo ogni due settimane e assistevo alla Via Crucis i venerdì di Quaresima. Ora la mia vita di preghiera è una litania di “Signore, ti prego, aiutami a sopravvivere per i prossimi 10 minuti”.

La Chiesa ci dice che dovremmo vedere Gesù nel volto di coloro che incontriamo ogni giorno. Io sto perlopiù a casa con i bambini. Per quello che posso dire, Gesù è in qualche modo isterico, estremamente emotivo e ha aspettative irrealistiche su come dovrebbe andare il mondo. E ha ricominciato a piangere.

Al college mi univo a qualsiasi gruppo cattolico. A volte andavamo alle feste in cui c’erano anche delle suore africane (“Sono così sante che praticamente levitano”, diceva un amico). A una festa, una di queste religiose mi ha preso le mani, mi ha guardato negli occhi e ha detto solennemente: “Un giorno farai grandi cose per Dio”.

Nel mio cervello di giovane adulta, questo significava fondare un ordine religioso. Abbracciare i lebbrosi. Forse perfino il martirio in una terra lontana. Ho deciso che avrei fondato un tipo del tutto nuovo di ordine religioso. Non sarebbe stato composto da persone di un unico sesso, ma di entrambi. I religiosi e le religiose avrebbero potuto andare in terre straniere e lavorare in coppia assistendo piccoli gruppi di orfani. Poi avrebbero potuto allevare otto o dieci di questi bambini dall’infanzia all’età adulta, e aiutarli ad avere stabilità e una vera vita familiare, con una madre e un padre in ogni casa. Non riuscivo a capire perché nessuno avesse mai avuto quell’idea brillante per una vocazione.

E quindi ho inventato fondamentalmente qualcosa di simile al matrimonio. Ero giovane, sciocca e del tutto cieca nei confronti della realtà. Poi sono cresciuta e mi sono sposata, e ho avuto sei (presto sette) figli anche se le mie amiche che sarebbero state mamme migliori e che volevano disperatamente molti bambini hanno finito per averne solo uno o due (a volte penso che Dio non sia il pianificatore migliore…)

E quindi ora, anziché salpare i mari e abbracciare i lebbrosi in qualche posto esotico, trovo i miei lebbrosi sparsi per casa, circondati da piatti e panni da lavare. Ci sono la lebbrosa 12enne che teme che non si farà mai nuovi amici, quella di 10 anni che ha deciso di rendersi una lebbrosa perché ha stabilito di criticare qualsiasi dichiarazione ascolti, quello di 8 anni che vuole condurre una vita da eremita, come una colonia di lebbrosi con un solo membro, con l’unica compagnia di Lego e Minecraft.

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