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Quelle anatre morte mi hanno mostrato il problema del movimento pro-vita

Jeffrey Bruno
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Un incontro casuale con una morte senza senso offre spunti che fanno riflettere

La maggior parte dei giorni mi sveglio al suono di spari distanti. I cacciatori di anatre amano le zone paludose nei pressi di casa mia.

Di recente, mentre camminavo con la mia cagnolina Malla, siamo capitati di fronte alle auto dei cacciatori, e in un rimorchio c’erano circa 30 anatre morte, adagiate con cura, con le teste che penzolavano fuori.

Da amante degli animali e vegetariano nello spirito, se non nella pratica, avrei dovuto essere raccapricciato, ma la reazione di Malla ha superato la mia. Era completamente fuori di sé, annusava, indietreggiava e poi girava nervosamente in tondo. Era materiale per un video virale, e confesso di aver riso in mezzo a quell’orrore.

Capiamoci bene: non ho niente contro la caccia in sé; se spari a un animale e ci nutri la tua famiglia chi può lamentarsi? In questo caso me ne sono andato pensando che le anatre sarebbero finite presto nel freezer di qualcuno, e buon per lui.

Quella sera, però, Malla e io siamo usciti per un’altra passeggiata, e incredibilmente le anatre erano ancora lì, pronte per la putrefazione.

Mi sono infuriato. Qualcuno aveva ucciso quelle anatre (e avrebbe potuto nutrirci molte persone) solo per il gusto di farlo? Un milione di pensieri ben poco santi sulla necessità di vendicare quelle anatre ha iniziato a girarmi in testa.

E poi è arrivato un pensiero. Quel giorno avevo fotografato un gruppo di persone di 40 Giorni per la Vita, un’organizzazione che prega per l’abolizione dell’aborto. Il gruppo prega di fronte a una certa clinica abortiva dalla sua apertura nel 2007, e c’è qualcuno a coprire ogni ora di ogni giorno in cui la struttura è aperta. Nel corso degli anni i suoi membri hanno probabilmente recitato un milione di rosari. Sono stati insultati, picchiati, rimproverati, tormentati dalla polizia, hanno sopportato uragani, tempeste, caldo torrido e tutto quello che potete immaginare, ma continuano a tornare, dando consigli alle donne e salvando vite umane.

Mi sono reso conto che quando ero andato a raccontare la loro storia non avevo provato un disgusto simile a quello che avevo provato vedendo quelle anatre. Nel lasso di tempo che avevo trascorso con gli attivisti, avevo visto almeno sette donne entrare nella clinica e rimanerci – sette bambini morti. E dov’era la mia indignazione? Dov’era il mio orrore di fronte alla realtà che dei bambini non ancora nati venissero fatti a brandelli e gettati come spazzatura?

Mi sono trascinato a casa sentendomi un perdente.

Dopo una notte insonne ho capito due motivi per i quali non avevo reagito – uno positivo, l’altro non tanto. Il motivo “positivo” era che avevo incontrato quelle persone che erano in prima linea in questa battaglia. Mi hanno detto che erano lì per “amare le persone” – tutte, dall’abortista agli infermieri, dalle ragazze che entravano ai loro fidanzati e alle loro madri. Mi hanno detto che il “segreto” del loro lavoro era essere in uno stato di grazia, ricevere la Santa Eucaristia e portare Cristo in quel luogo attraverso la preghiera e l’amore. Erano persone ammirevoli, eroiche, e (per me) una distrazione dalla casa degli orrori davanti alla quale pregano ogni giono.

Il motivo “non tanto buono” è che come la maggior parte degli americani sono diventato insensibile alla realtà dell’aborto.

Questo potrebbe essere il problema più grande che affronta attualmente il movimento pro-vita: raggiungere le persone che hanno visto tutte le immagini e hanno sentito tutte le storie e sono diventate come anestetizzate di fronte a tutta la questione. La normalizzazione dell’aborto ci ha abituati a trattarlo come una faccenda che crea una sorta di distanza dalla realtà dei bambini morti e delle donne violate.

Diventare insensibile all’aborto è una mia colpa personale? O nostra? Sentiamo spesso parlare di traffico di esseri umani, rifugiati, persecuzione religiosa. Sappiamo che sono cose negative, ma entriamo in azione per porvi fine? E se la risposta è “no”, perché?

Intanto è una questione di vicinanza. Quando ho visto le anatre, le avevo davanti agli occhi, reali e impossibili da ignorare. Il più delle volte l’aborto sembra lontano, come i rifugiati e le vittime del traffico, ma la realtà è che con 57 milioni di morti in 40 anni dev’essere qualcosa che accade alla porta accanto, al lavoro o forse persino all’interno della nostra famiglia.

Penso di essermi svegliato. E forse, dopo tutto, quelle anatre non sono morte invano.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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