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L’omelia del Mercoledì delle Ceneri che pronuncerei se fossi un sacerdote

AFP / PATRICK BAZ

A Lebanese Christian woman stands in front of her shop, her forehead marked with an ash cross, as she marks Ash Monday in Beirut on February 08, 2016.

Elizabeth Scalia - Aleteia - pubblicato il 10/02/16

“Nonostante quello che fai morirai...”

La chiamata a svegliarsi del Mercoledì delle Ceneri è l’inizio di una pulizia di primavera spirituale che mi piace sempre, anche quando l’opera spirituale è pesante e intricata. Mi piacciono le letture della Messa. Mi piace il senso di tribalismo antico che accompagna il fatto di mettere le ceneri sulla fronte – questo segno esteriore di penitenza, di appartenenza, di autorivelazione: appartengo a Cristo, e sono una peccatrice.

Mi piace anche che mi venga ricordato, mentre il sacerdote o il diacono mi mette addosso la cenere, che tranne per la mia anima sono solo polvere, e polvere ritornerò.

C’è un unico problema con il Mercoledì delle Ceneri: l’omelia.

Non so quale sia il problema dei sacerdoti, ma non colgono il punto. La maggior parte di noi ha un lasso di attenzione di appena quattro minuti, e i sacerdoti parlano per 10-12, anche il pomeriggio, quando la gente è stanca e pensa solo alla cena e i bambini diventano irritabili.

Se fossi un sacerdote, è questa l’omelia che pronuncerei prima di distribuire le ceneri ai fedeli:

Ricordate il film “Stregata dalla luna”? È la storia di una famiglia italiana di Brooklyn: la madre Rose, il padre Cosmo e la figlia Loretta, interpretata da Cher.

C’è un passo in cui Rose – che sospetta che il marito la tradisca – dice: “Cosmo, voglio che tu sappia che nonostante quello che fai morirai, come chiunque altro!

E questo vale per tutti. Moriremo. E non importa quanto pensiamo di agire bene.

Rose mette poi in guardia la figlia: “La tua vita sta finendo nella latrina!

Lo stesso vale per noi. Abbiamo solo una vita in cui compiere le scelte giuste e fare la cosa giusta, e non importa quanto pensiamo di prendercene cura – non basta.

In un altro momento, Cher incontra un fornaio iperemotivo – il fratello del suo fidanzato –, e finisce per tradire il suo fidanzato trascorrendo la notte insieme a lui. Il mattino dopo, Cher lamenta il suo comportamento, dichiarando: “Che sfortuna! È tutto quello che avrò mai? Avrei dovuto prendere una pietra e uccidermi anni fa!

Ma il suo senso di desolazione, e quella che definisce “sfortuna”, sono entrambi direttamente collegati alle scelte che ha compiuto nella sua vita, no?

Cher gestisce la cosa un po’ meglio del fornaio emotivo. Almeno si rende conto che sta sbagliando. Il fornaio, invece, è completamente ammaliato dai suoi sentimenti, e da quello a cui crede che gli diano diritto. Vive in una nuvola di sentimenti, e obietta al fatto che Cher esprima rimorso perché lo sta facendo sentire in colpa per il fatto di aver dormito insieme alla promessa sposa di suo fratello.

“Ti amo”, le dice. Come se questo permettesse tutto.

E Cher lo colpisce in faccia – due volte – e gli dice: “Riprenditi!”

E voi? In quali sentimenti siete avvolti al punto da sentirvi in diritto di fare qualcosa? Al punto da non riuscire neanche a vedere cosa passa la gente intorno a voi o di cosa potrebbe aver bisogno da parte vostra? Forse qualcuno è ansioso e ha bisogno di una buona parola da parte vostra, ma voi non ve ne rendete conto.

Forse qualcuno ha paura, o si sente insicuro.

Forse qualcuno ha solo bisogno di sentirvi dire un “grazie”, o una parola di lode, un po’ di tenerezza in un mondo duro e stressante.

Forse ha bisogno di vedere che voi lo vedete. E forse voi avete bisogno di vedere che vi ama.

Forse ha bisogno che preghiate per lui – o meglio ancora, che preghiate con lui.

E allora riprendetevi. I sentimenti sono una cosa positiva, ma se date loro troppa importanza diventano come le sabbie mobili, e finite per affondare in voi stessi. E questa è una cosa molto solitaria, perché significa che avete perso di vista Dio.

Lo sapete; sapete quando non state facendo le cose per bene; ad essere onesti, nessuno di noi lo fa. Forse non lo sapete tutti i giorni, ma lo sapete il Mercoledì delle Ceneri, e venite qui, e prendete le ceneri.

Siamo contenti. Ci piace vedervi qui e vorremmo che veniste più spesso. Ma mentre prendete le ceneri pensateci per qualche minuto, okay? Perché siete venuti qui?

Ceneri sulla fronte. Essere macchiati. È una cosa primitiva, tribale; ci segna come appartenenti alla Tribù di Cristo. Ci riporta ad antiche pratiche penitenziali ed è anche un segno esterno di ciò che diventeremo, indipendentemente dal fatto che siamo re o pazzi: cenere.

In “Stregata dalla luna” c’è un’altra scena in Cher va a confessarsi e dice al sacerdote di aver dormito con il fratello del suo fidanzato. Il sacerdote dice: “È un peccato grande!” Cher sussulta e dice: “Lo so”.

“Rifletti sulla tua vita”, suggerisce il sacerdote.

È un buon consiglio. Pensateci: cosa farete nel periodo che va tra il prendere le ceneri sulla fronte e il momento in cui diventerete voi stessi cenere?

Pensate alla vostra vita. Fate qualcosa per le cose che dovete sistemare. Nutrite la vostra famiglia e nutrite voi stessi – non dimenticate di nutrire il vostro spirito.

Considerate di andare a confessarvi, come Cher; forse non avete grandi peccati da confessare, e se non è così non preoccupatevi troppo, perché noi sacerdoti ne abbiamo sentite di tutti i colori, e amiamo assistere Cristo nel pronunciare le parole di assoluzione quanto voi amate ascoltarle. Forse anche di più.

Siamo battezzati. Apparteniamo a Cristo, nel mondo ma non del mondo – o almeno così dovrebbe essere.

Le ceneri testimoniano questo: dicono che siamo fatti per qualcosa di più del tempo che passa o dell’erba che si secca. Siamo fatti per l’Eternità!

Se stiamo facendo bene questa cosa cristiana, queste ceneri dovrebbero anche dire che siamo morti al mondo ma vivi in Cristo – o che almeno ci stiamo provando sinceramente –, che siamo in esilio, fantasmi che errano in queste lande piene di miraggi fin quando non riposeremo in Cristo, e nella gloria. In un certo senso, siamo dei Dead Men Walking.

Ma questo è un altro film.

Elizabeth Scalia è responsabile dell’edizione inglese di Aleteia. Questo articolo è apparso per la prima volta sul suo blog nel 2011 ed è stato ampliato in questa occasione.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
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