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Il desiderio di un’eventuale unione civile di avere un figlio è un bisogno?

© NUZZA / SHUTTERSTOCK.com
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O forse è un piacere che non può essere negato? Alcune considerazioni psicologiche

di Giovanni Amico

 

«Il desiderio di essere genitori non è certo un diritto». Così titolava recentemente un  articolo di Huffington Post, ma proseguiva poi dicendo che l’avere un figlio per una coppia omossessuale era non un diritto, bensì un bisogno.

L’Espresso spingeva ancora oltre l’argomentazione affermando: «Avere un figlio non è un dovere, ma un piacere che nessuno può vedersi negato».

Freud ha parlato in maniera ancora oggi insuperata del fatto che la maturità psicologica consista nel passaggio dal principio del piacere al principio della realtà. Il bambino pretende tutto e lo pretende come un bisogno, ma viene aiutato dalla “realtà” a capire che i suoi presunti “bisogni” non sono tali, ma anzi deve imparare dalla frustrazione, ad accettare la realtà che poi gli darà più “piacere” dell’esistenza immaginaria del suo “bisogno”.

Anche in relazione alle coppie omosessuali diviene evidente l’importanza della questione. Se un mio “bisogno” è un danno per il bambino allora io recedo dal mio desiderio, per quanto comprensibile esso sia. È il bambino, infatti, ad avere, lui sì, veramente bisogno reale di un padre e di una madre.

Per capire cosa si intende qui per “bisogno”, basti pensare ad altre situazioni. Molte persone hanno bisogno di un partner e non lo hanno, hanno bisogno di fare sesso e non trovano una persona che le ami, hanno bisogno di avere un bambino e non lo possono avere, hanno bisogno che una certa persona divenga loro amica e quella persona si rifiuta, hanno bisogno di emergere nel mondo dello spettacolo e non ci riescono, hanno bisogno di una persona più fresca con cui fare sesso al posto della loro moglie o marito che ha ormai 60 anni e non lo fanno perché non è giusto e così via: è la realtà.

La realtà si rivela però feconda se io, accogliendo il principio di realtà, rinuncio al mio desiderio infantile di onnipotenza (terminologia freudiana)  e riesco a canalizzare il mio desiderio in maniera reale. Se provo un desiderio di fecondità – come è legittimo ed anzi costitutivo dell’essere umano -, ecco che posso provare a domandarmi se non possa esser bello dedicarmi, per  esempio, al volontariato e al sostegno di progetti di paesi in via di sviluppo, o se ancora la mia ricerca debba spingersi e cercare ancora.

L’utilizzo perverso – da un punto di vista psicologico – dell’utilizzo della parola “bisogno” (in questo caso addirittura peggiorativo rispetto alla parola “diritto”) consiste nel fatto che si intende insinuare il meccanismo della colpevolizzazione dell’altro. Potremmo semplificare così il meccanismo del capro espiatorio che, piuttosto che affrontare il diniego della realtà, cerca di spostare in senso moralistico la colpa su di un malvagio persecutore ricostruito psicologicamente: io ho questo bisogno, tu me lo rifiuti, tu sei cattivo. O ancora: se tu non ci fossi ecco che potrei soddisfare il mio bisogno che invece mi viene negato dalla tua presenza ingiusta. La persona infantile evita così di confrontarsi con la realtà frustrante e scarica sul presunto “nemico” il suo malessere.

Così fa il bambino. Vuole qualcosa e comincia a piangere, lanciando il messaggio che quella cosa è per lui un bisogno e che il genitore che glielo rifiuta, non gli vuole bene, bensì è un crudele tiranno.

Ebbene, il genitore  che ama quel figlio rifiuta, invece, il ricatto e mostra che tutti possono vivere anche senza quell’oggetto desiderato, mostrando che nella vita infinite persone non hanno avuto quella cosa e, nonostante questo, vivono una vita bellissima. Ma il genitore deve avere ben chiaro che la frustrazione che il figlio vivrà non è per la sua infelicità, bensì per la sua crescita in giustizia e accoglienza della realtà.

Qui la situazione è ancora più seria, poiché non si tratta di cose, ma di persone. Si pretende di avere persone, di avere figli.

Per questo quando opinionisti e giornalisti incentivano posizioni vittimistiche in realtà trattano in maniera infantile coloro che affermano di avere bisogni e piaceri, trasformandoli – secondo il principio del piacere e a detrimento del principio di realtà – in diritti. Un atteggiamento psicologicamente maturo dovrebbe tendere, piuttosto, a mostrare che si comprende la mancanza, che si comprende il dolore, ma appunto che la mancanza e il dolore possono essere vissuti perché questo è il limite della condizione di una coppia omosessuale.

La fecondità di una coppia omosessuale consisterà, dal punto di vista psicologico, in qualcosa di diverso dalla fecondità di una famiglia che vive naturalmente l’attesa di un bambino, perché composta da un uomo e da una donna. La famiglia, a sua volta, avrà altre frustrazioni, poiché solo nei messaggio ideologici esiste una patinatura tipo Mulino Bianco.

La fecondità di un amore omosessuale sarà tutta da scoprire da un punto di vista psicologico, consisterà forse piuttosto in uno stimolo ad uscire dalle regole, in un essere un richiamo alla diversità. Consisterà, comunque certamente  in una ricerca alternativa di fecondità, che però accetti come limite “frustrante” – in senso freudiano – il non poter avere figli e il non poterli avere perché è il bambino ad avere bisogno di un padre e di una madre.

L’impostazione dell’articolo citato di Huffington Post così come dell’intervento di Saviano su L’Espresso  ha, comunque, il merito di mostrare perché è giusto dedicare tanto tempo a discutere del diniego delle adozioni da parte di coppie omosessuali: non sono in questione solo piccoli dettagli che interessano in fondo un numero irrisorio di persone – la maggior parte delle unioni civili non chiederebbero di avere un figlio.

È in questione qualcosa di molto più grande, l’importanza di non confondere il principio del piacere con il principio di realtà, è in questione l’intera storia della psicologia e della spiritualità umana.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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