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Il Papa a clero e consacrati: memoria e fedeltà per non finire in un museo e fare felice il demonio

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 29/11/15

"Preti, religiosi e suore non possono avere una doppia vita". Le parole di papa Francesco nella cattedrale St. Mary di Kampala

«Preti, religiosi e suore non possono avere una doppia vita, se sono peccatori chiedano perdono ma non mantengano nascosto ciò che Dio non vuole, la mancanza di fedeltà». Davanti ai consacrati, al clero e ai seminaristi nella cattedrale di Kampala, ancora una volta Francesco lascia stare il testo preparato e improvvisa, affidando tre parole a chi lo sta ascoltando in questo che è l’ultimo appuntamento pubblico della sua visita in Uganda.

«Nel libro del Deuteronomio, Mosè dice al suo popolo: non dimenticate! E lo ripete varie volte, non dimenticare. La prima cosa che voglio chiedervi è che chiediate la grazia della memoria. Non perdete la memoria di questo seme, dei martiri, perché così con la memoria continuate a crescere».

«Il principale nemico della memoria – ha detto ancora il Papa – è la dimenticanza, ma questo non è il più pericoloso. Il nemico più pericoloso è abituarsi ai beni ereditati da chi ci ha preceduto: la Chiesa in Uganda non può abituarsi al ricordo lontano dei martiri. Martire significa testimone, la Chiesa in Uganda per essere fedele a questa memoria deve continuare a essere testimone, non deve vivere di rendita. Le glorie passata sono state l’inizio ma voi dovete essere la gloria futura. E questo è il compito che vi dà la Chiesa: siate testimoni, come lo sono stati i martiri che hanno dato la vita per il Vangelo».

La seconda parola suggerita da Francesco è fedeltà. «Fedeltà alla memoria, fedeltà alla propria vocazione, fedeltà allo zelo apostolico. Fedeltà significa seguire la via della santità, significa fare ciò che hanno fatto i testimoni che ci hanno preceduto, significa essere missionari. Forse qui in Uganda ci sono diocesi che hanno tanti sacerdoti e altre che ne hanno pochi: fedeltà significa offrirsi al vescovo per andare in un’altra diocesi che ha bisogno di missionari. Questo non è facile. Fedeltà significa perseveranza nella vocazione e qui voglio ringraziare in modo speciale l’esempio di fedeltà che mi hanno dato le suore della Casa della Carità: fedeltà ai poveri, agli infermi, a coloro che hanno più bisogno, perché Cristo è lì».

L’Uganda, ha detto Papa Bergoglio, è nato «dal sangue dei martiri: è necessario continuare con nuovi testimoni, nuove missioni, altrimenti perderete la grande ricchezza che avete e la “perla d’Africa” finirà custodita in un museo perché il demonio attacca così, poco a poco».

«Memoria significa fedeltà e fedeltà è solo possibile con la preghiera». Questa è la terza parola affidata da Francesco ai consacrati. «Se un religioso o una religiosa, un prete smette di pregare o prega poco perché dice che ha molto lavoro, già ha iniziato a perdere la memoria e la fedeltà.Preghiera significa anche umiliazione. L’umiliazione di andare con regolarità dal confessore, a dire i propri peccati. Non si può zoppicare… preti, religiosi e suore non possono avere una doppia vita, se sono peccatori chiedano perdono ma non mantengano nascosto ciò che Dio non vuole, la mancanza di fedeltà, non chiudete nell’armadio la memoria!».

«La preghiera – ha concluso il Papa – sempre inizia con il riconoscersi peccatori. Con queste tre colonne la “perla dell’Africa” continuerà a essere perla a non solo una parola del dizionario. Che i martiri che hanno dato forza a questa Chiesa vi aiutino».

Domattina Francesco lascia l’Uganda e parte per la Repubblica Centrafricana, terza e ultima tappa del suo primo viaggio africano. La situazione a Bangui appare sotto controllo. Nel pomeriggio il Pontefice aprirà la Porta Santa nella cattedrale della capitale centrafricana.

L’apertura della Porta Santa «sarà un nuovo inizio per la Repubblica Centrafricana. Noi abbiamo tanto sofferto con tribolazioni, esitazioni, dubbi, massacri e con tutto quello che ci ha diviso. Papa Francesco viene per aprire il nostro cuore alla tenerezza, alla misericordia, alla riconciliazione. È un modo per dirci: è tempo di perdonarci, è tempo di ricostruire il nostro Paese». Lo ha detto l’arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, intervistato da Tv2000.

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