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Padre Albanese: «Francesco in Africa? Un viaggio coraggioso»

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Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 17/11/15

Intervista con padre Giulio, missionario comboniano: «A Bangui, nella Repubblica Centrafricana, continuano le sparatorie. Speriamo che la situazione migliori. L'apertura anticipata della Porta Santa giubilare è la migliore sintesi del pontificato»

«Anche dopo i terribili attentati di Parigi, non dobbiamo lasciarci intimidire, perché significherebbe cadere nella trappola delle truppe jihadiste. Il viaggio di Francesco in Africa è coraggioso…». Padre Giulio Albanese, missionario comboniano, direttore di «Popoli e Missione» viaggerà con Francesco durante la visita in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana in programma tra il 25 e il 30 novembre prossimi. Vatican Insider lo ha intervistato.

Dopo gli attentati di Parigi come guardare al prossimo viaggio in Africa del Papa?

«Non dobbiamo lasciarci intimidire, perché questo significherebbe cadere nella trappola delle truppe jihadiste. Detto questo è chiaro che il viaggio di Francesco, specialmente nella Repubblica Centrafricana, è coraggioso, perché sappiamo che nella capitale Bangui continuano le sparatorie. Speriamo che la situazione migliori. Il gesto che il Papa ha deciso di compiere lì, l’apertura anticipata della Porta Santa dell’Anno della Misericordia, ha un grande significato: è la migliore sintesi del messaggio di tutto il suo pontificato. Si tratta di un precedente storico, è la prima volta che la prima Porta Santa di un Giubileo viene aperta da un Papa nel Sud del mondo. Anche se nella capitale del Centrafrica, per usare un eufemismo, la situazione non è certo rosea».

Ci sono timori anche per la tappa in Kenya, la prima del viaggio?

«È un Paese dove c’è più sicurezza, uno stato di diritto, e soprattutto non è un Paese in guerra. Dobbiamo però ricordare che a Nairobi c’è una significativa presenza di somali e alcuni temono che i jihadisti di Al-Shabaab, l’ala radicale delle ex Corti islamiche, possa compiere degli attacchi. Va anche detto che in Kenya l’esercito e la polizia da tempo si preparano per questa visita e ogni particolare è stato preso in considerazione. Mentre risulta relativamente tranquilla la situazione a Kampala, in Uganda, la seconda tappa del viaggio africano di Papa Francesco».

Quali saranno gli aspetti salienti del viaggio? Che cosa si aspetta che il Papa possa dire?

«Credo che nella Repubblica Centrafricana il tema più importante sarà quello della riconciliazione. Ci sono divisioni e lotte che si presentano come religiose, tra musulmani jihadisti e cristiani, ma spesso gli scontri hanno valenza etnica e non dobbiamo dimenticare gli interessi economici dietro le quinte. Quel Paese potrebbe essere un paradiso terrestre. Ha risorse importantissime, giacimenti di petrolio e di uranio. Eppure è il fanalino di coda dello sviluppo in quell’aerea. Le sue risorse vengono vendute o svendute all’estero. La Ong britannica Global Witness, in un rapporto intitolato “Legname insanguinato”, ha documentato un retroscena inquietante del grave conflitto in Centrafrica scoppiato nel 2012. È emerso che alcune aziende, impegnate nel business del legname, hanno finanziato varie fazioni di ribelli, gruppi armati accusati di crimini di guerra, per poter ottenere contratti vantaggiosi e ottenere il legname dagli stessi miliziani. Sono società appartenenti a imprenditori belgi, francesi, tedeschi, cinesi e libanesi. Il rapporto critica anche l’Unione europea, dove vengono importati due terzi del legname centrafricano, per non aver sufficientemente vigilato».

E quale si aspetta che sia il messaggio più importante per il Kenya?

«Anche quel Paese galleggia su importanti giacimenti di risorse naturali. Credo che anche qui sarà centrale ribadire il ruolo delle religioni per la pacificazione e il rifiuto della strumentalizzazione del nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza, l’eversione. Dobbiamo ricordare il massacro del Giovedì Santo 2015 nel campus di Garissa, costato la vita a 148 persone, per lo più studenti cristiani. Una mattanza che i jihadisti di Al-Shabaab hanno compiuto perché associano il cristianesimo all’Occidente e sanno che i massacri di cristiani fanno più notizia rispetto a quelli di altri musulmani».

Infine, l’Uganda, Paese più tranquillo ma dove ci sono enormi disparità sociali…

«Sì, è una cartina di tornasole delle contraddizioni dell’Africa, un Paese governato dalla stessa persona da quasi trent’anni. C’è un grande business del petrolio nella regione del Lago Alberto, ma grandi quantità di denaro finiscono sempre e soltanto nelle mani di un manipolo di nababbi. Mentre tutto intorno cresce l’esclusione sociale. Credo che qui a tema ci potrà essere la povertà, l’esclusione sociale, l’importanza della partecipazione democratica».

Che cosa si aspetta da questa visita?

«Plinio il Vecchio, duemila anni fa, era solito dire: “Ex Africa semper aliquid novi”, cioè, dall’Africa viene sempre qualcosa di nuovo. Credo sia vero e spero che questa sia l’occasione per l’Africa di restituire qualcosa in termini di testimonianza. Penso a iniziative come quella inaugurata all’Istituto del Ministero sociale nella missione, presso il Tangaza College di Nairobi, dove si è iniziato un corso di dottorato in amministrazione aziendale, con specializzazione in imprenditorialità e gestione sociale. Il fine è quello di formare gli imprenditori ai valori di una nuova cultura d’impresa, come suggerito dall’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI».

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