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Le guerre di religione nella storia

Anne-CC

Credere Oggi - pubblicato il 17/11/15


Dal punto di vista storico si potrebbe dire che la domanda, riguardo all’islam, almeno per quel che riguarda i secoli del Medioevo, è rovesciata rispetto a quella posta sul cristianesimo. Per quest’ultimo infatti ci eravamo chiesti: com’era stato possibile che una religione fondata su un uomo certamente pacifico e su un libro, il Vangelo, che ripudia la violenza, abbia potuto concepire e realizzare guerre nel suo nome? Per quel che riguarda l’islam invece ci si può chiedere: com’ è stato possibile che una religione, fondata su uomo che ha partecipato anche personalmente a eventi bellici e fondata su di un libro nel quale non si esclude il ricorso alla guerra, abbia dato vita a una civiltà capace di far convivere uomini e popoli tra loro molto diversi? In molti hanno sottolineato l’asimmetria della storia: mentre nelle terre europee in cui per secoli hanno dominato i musulmani, come la Spagna e la Sicilia, dopo la riconquista cristiana si è persa traccia di ogni presenza islamica, nelle terre del Medio Oriente che erano state cristiane e che vennero conquistate dall’islam nel VII secolo, ancora oggi vi sono consistenti minoranze cristiane. La verità è che, come è stato sottolineato:

L’islam riconosce perfino – ed è in questo l’unica religione del mondo – che anche agli appartenenti ad altra confessione religiosa non è chiusa la via della salvezza. La famosa quinta sura dice testualmente: «In verità muslim, ebrei, cristiani e sabei, tutti coloro insomma che credono in Dio e nella resurrezione, che compiono buone azioni e osservano la giustizia, essi tutti parteciperanno alla ricompensa di Dio e non conosceranno paura, né dolore»[11].

Per tornare al tema centrale del rapporto tra l’islam e la guerra, si deve dire che nel Corano è prevista espressamente nella Sura 2:

Vi è prescritta la guerra, anche se ciò possa dispiacervi: ché può darsi vi spiaccia qualcosa che è invece un bene per voi e può darsi vi piaccia qualcosa, mentre invece è un male per voi, ma Dio sa e voi non sapete. / Ti chiederanno se è lecito far guerra nel mese sacro. Rispondi: «Far guerra in quel mese è peccato grave. Ma più grave è agli occhi di Dio stornare dalla via di Dio, bestemmiare Lui e il Sacro Tempio e scacciarne la sua gente, poiché lo scandalo è peggiore dell’uccidere, e costoro non cesseranno di combattervi fino a quando loro riuscisse di farvi apostatare dalla fede»[12].

Su questi versetti si deve però notare come il Profeta richiami espressamente la minaccia costituita dai Meccani che avevano cacciato il profeta e i primi compagni dalla sua città. Essi si collocano chiaramente dopo l’Egira, quando ormai Mohammed si era rifugiato a Yatrib e di lì progettava il ritorno a La Mecca. Qualche tempo dopo si giunse allo scontro aperto. A Uhud le forze dei musulmani furono sconfitte dai meccani e allo stesso Mohammed venne spezzato un dente ed egli fu ferito a un labbro con una sassata. Qualche tempo dopo la stessa Yatrib venne presa d’assedio dalle truppe meccane, ma dopo venti giorni di inutili assalti, furono costrette a indietreggiare. Era l’inizio della rivincita di Mohammed, il quale manifestò una indiscussa capacità politica e militare, fino a giungere il 1 gennaio del 630 a tornare alla Mecca, quasi senza spargimento di sangue. La tradizione vuole che, entrato nella sua città, il profeta avrebbe pronunciato le parole che si ritrovano nella Sura 12, al versetto 92: «Nessun rimprovero vi faccio in questo giorno, vi perdoni Iddio, egli che è il più misericordioso dei misericordiosi».

È noto a tutti il fatto che l’islam, subito dopo la morte del Profeta, conobbe una straordinaria espansione, realizzata attraverso rapide e efficaci campagne militari che distrussero e assoggettarono l’impero persiano, mentre provocarono un fortissimo ridimensionamento dell’Impero di Bisanzio. La dimensione religiosa di questa espansione è innegabile, proprio perché essa rappresenta il principale fattore identitario di quello che veniva concepito come un «popolo nuovo». Basti vedere il discorso Indirizzato da un oratore arabo al re di Persia, solo tre anni dopo la morte del profeta:

Dicevi il vero, o re, poveri fummo, se poveri mai vi furono al mondo: giacevamo sulla nuda terra; vestivamo con pelo di cammelli e lane, filati da noi stessi; la fame ci portò sovente a mangiare le cavallette e i rettili del deserto; perché le figlie non sottraessero cibo ai maschi, i padri le seppellivano vive. Idolatri e ignoranti ci scannavamo l’un l’altro: e questa era la nostra religione. Quando, mosso a pietà, Iddio ci mandò un Profeta, uomo noto, di famiglia notissima, di tribù che è la prima tra gli arabi. Egli ci guidò alla vera religione e noi credemmo finché Dio non gli diede ragione illuminando le nostre menti. Ed ora che seguiamo i comandamenti di Dio, siamo un popolo nuovo; siamo diversi da quegli Arabi di prima: lo sappia il mondo! Chiamate gli uomini al mio culto, ci ha detto Iddio: chi consente avrà i vostri stessi diritti e gli stessi doveri; a chi rifiuta domandate un tributo; se lo dà, proteggetelo; se no, combattete contro di lui e ai vostri morti in battaglia è riservato il paradiso, a coloro che sopravvivono, la vittoria. Scegli dunque, o re: paga il tributo con umiltà, o preparati a combattere[13].

A partire da queste schematiche osservazioni, si può forse comprendere come mai l’islam, una volta raggiunto il potere in un’area vastissima del globo terrestre, abbia assunto un’attitudine se non di tolleranza (certo non di tolleranza nel senso moderno del termine) almeno di concessione nei confronti dei gruppi etnici che praticassero religioni differenti. D’altra parte lo stesso profeta aveva indicato con chiarezza il principio fondamentale del riconoscimento dell’opera di tutti gli «inviati di Dio», come si legge nella Sura XI:

Tutte le storie di inviati che ti raccontiamo sono fatte per rinsaldare con esse il tuo cuore, dandoti con esse la verità e soggetto di riflessione per i credenti. – Dì’ a coloro che non credono: «Agite alla vostra maniera, noi faremo altrettanto. E attendete, ché anche noi attenderemo. A Dio appartiene l’occulto dei cieli e della terra e a lui tutto verrà ricondotto. Servilo dunque e confida in lui, ché Iddio non è disattento a quello che voi fate»[14].

5. Tappe della riflessione cristiana sulla guerra

Più complesso appare, da un punto di vista storico, il percorso che, come di è detto, ha condotto il cristianesimo, fondato sull’insegnamento e l’esempio di un uomo che aveva totalmente rifiutato la guerra, Gesù di Nazareth, a costruire una specifica riflessione teologica sulla guerra. Si possono identificare alcune tappe di questa evoluzione.

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