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Caso Orlandi, il gip archivia un’inchiesta lunga 32 anni

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«Indizi inconsistenti; inutili nuove indagini» sulla scomparsa della cittadina vaticana e di Milena Gregori

Uno dei misteri più inestricabili della storia d’Italia è destinato a rimanere tale. L’inchiesta sulla scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori deve essere archiviata perché «gli accertamenti probatori acquisiti nel corso delle indagini preliminari sono, allo stato, non provvisti della consistenza, neppure indiziaria, necessaria a sostenere l’accusa in giudizio e a giustificare un vaglio dibattimentale, né paiono utilmente esperibili ulteriori indagini con la finalità di valorizzare quegli elementi dotati di una più significativa, ancorché incongruente, pregnanza investigativa», scrive nelle 63 pagine di motivazioni il gip Giovanni Giorgianni ponendo la parola fine a una indagine lunga 32 anni assecondando la richiesta avanzata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dai pm Ilaria Calò e Simona Maisto. Nel procedimento erano indagate per i reati di sequestro di persona e omicidio diverse persone (tra cui Sergio Virtù, autista di De Pedis, Angelo Cassani, soprannominato «Ciletto», Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto», stretti collaboratori del boss della Magliana, oltre a monsignor Vergari e alla supertestimone Sabrina Minardi, già amante di «Renatino»).

Emanuela Orlandi scompare a Roma il 22 giugno 1983. È una cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura pontificia e sparì in circostanze misteriose a 15 anni. Anche Mirella Gregori aveva 15 anni e scomparve il 7 maggio dello stesso anno della Orlandi. A tutt’oggi, nessuna delle due ragazze scomparse è mai stata ritrovata. Nell’estate del 2008, Sabrina Minardi, che ebbe per un periodo una relazione con De Pedis, racconta agli inquirenti che Emanuela Orlandi era stata uccisa e il suo corpo, rinchiuso in un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. Secondo la testimone, la 15enne sarebbe stata tenuta prigioniera in un’abitazione vicino a piazza San Giovanni di Dio. Pur perplessi per diverse incongruenze temporali presenti nel suo racconto, i magistrati si attivano per cercare i dovuti riscontri. «Tutte le segnalazioni – premette il gip – anche quelle fondate su meri sospetti, sono state accuratamente verificate. E molte di esse si sono rivelate il tentativo da parte di chi ha cercato di trarre un vantaggio dall’interesse sulla vicenda». Per il giudice «l’enorme sforzo investigativo degli organi inquirenti ha fatto confluire all’interno del procedimento un materiale imponente che si è stratificato nel tempo e che, tuttavia, pur incrementandosi, non ha mai acquistato un sufficiente grado di coerenza, di precisione e di concordanza».


Dette lacune – sottolinea il magistrato nel suo provvedimento – «non paiono utilmente colmabili con ulteriori approfondimenti, poiché la nuova escussione delle stesse fonti non potrebbe eliminare le plurime incongruenze e i vari profili di inattendibilità evidenziati». Tra i soggetti indagati che hanno contribuito a rendere nebuloso il quadro probatorio, figura per il gip il fotografo Marco Fassoni Accetti: «La sua personalità è correttamente tratteggiata come caratterizzata da smania di protagonismo e di pubblicizzazione della propria immagine, con una spasmodica ricerca di accesso ai media e della loro costante attenzione».

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Il fotografo, insomma, non può essere considerato soggetto «attendibile» perché «portato a inventarsi storie e situazioni». E analoghe perplessità suscita il ruolo rivestito dalla supertestimone Sabrina Minardi, specie in relazione «alla ricerca dei luoghi dalla stessa indicati come di disfacimento del cadavere»: «Gli approfondimenti investigativi sul punto – evidenzia il gip Giorgianni – sono stati tempestivi, attenti e scrupolosi ma l’esito negativo, al di là delle ulteriori versioni offerte dalla teste circa le modalità con le quali i rapitori si erano disfatti del cadavere, è dipeso dall’incapacità della Minardi di fornire informazioni precise ai fini dell’individuazione del luogo in cui il riferito disfacimento del cadavere fosse avvenuto».

L’ultima speranza dei familiari di Emanuela Orlandi risale alla fine del dicembre 2014 quando Alì Agca, l’ex-«Lupo Grigio» che aveva sparato a papa Giovanni Paolo II nel 1981, si presenta a sorpresa a piazza San Pietro per portare dei fiori alla tomba del Pontefice. La famiglia si attiva immediatamente per presentare una istanza alla magistratura affinché l’ex terrorista turco venga interrogato. La richiesta, però, non viene accolta: anche Agca è ritenuto «soggetto inattendibile» per aver reso più volte dichiarazioni sul caso Orlandi, sia pubbliche che in sede processuale, che si sono rivelate «infondate» e «scarsamente credibili». Prima dell’estate scorsa, la procura decide di chiedere l’archiviazione del procedimento sulla Orlandi che, pure in assenza di veri collegamenti, riguarda anche la scomparsa della quindicenne Mirella Gregori, sparita il 7 maggio del 1983. Il gip Giovanni Giorgianni recepisce le conclusioni dei pm e chiude definitivamente la vicenda con 63 pagine di motivazione.

E sull’archiviazione arriva in serata il commento di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela: «Non ci arrendiamo, vogliamo la verità. Valuteremo con i nostri legali le azioni da intraprendere, anche il ricorso in Cassazione». «Rinnovo quindi l’appello a Papa Francesco perché ci possa aiutare ad arrivare alla verità».

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