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Afghanistan, un disastro lungo 36 anni

US Army
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Obama annuncia il dietro-front: le truppe Usa di stanza nel Paese centrasiatico restano sul terreno di battaglia

di Michele Zanzucchi

 

Se consideriamo le diverse “guerre d’Afghnaistan” iniziate nel 1979, il Paese centrasiastico non conosce la pace da quasi 36 anni. Non è poco per un Paese povero, attraversato da terribili ondate di violenza. C’è da stupirsi che circa 30 milioni di persone, tanti sono i suoi abitanti, siano ancora vivi e rimangano nel loro Paese. È vero, si stima a circa 10 milioni la quantità di afghani migrati all’estero in questi 36 anni, emorragia che tuttavia non ha impedito che crescesse comunque la popolazione in patria.

Pochi giorni fa il presidente Obama ha annunciato che 9800 soldati Usa rimarranno in Afghanistan nel 2016 e almeno 5500 nel 2017. Smentendo sé stesso e la sua volonta di sganciarsi dalle guerre in Iraq e Afghanistan, il “comandante in capo” è costretto a lasciare sul campo un grande contingente, vista «la debolezza dell’esercito afghano», facile preda di corruzione, defezioni, lotte tribali, intese col nemico. Obama ha inoltre sottolineato come non si possa permettere che il Paese diventi un facile rifugio per le migliaia di terroristi che vogliono ancora attaccare gli Stati Uniti.

Ci si aspettava questa decisione, le cose sul campo vanno male, come testimonia la recente vicenda dell’occupazione da parte dei talebani della città di Konduz, ripresa solo grazie all’intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Effettivamente l’esercito afghano non riesce a controllare il proprio territorio. E Obama s’è visto costretto a dover prolungare la sequela di bare in arrivo dall’Afghanistan, finora 2372: la popolazione Usa non la sopporta più (ma che dire dell’asimmetricità delle vittime afghane, nello stesso periodo, che sono state circa 35 mila, di cui 14 mila militari e 21 civili).

Non entro nel merito della decisione militare del momento, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: un disastro. I danni provocati dalla strategia dell’esportazione della democrazia attuata dai tempi di Bush padre, ma soprattutto di Bush figlio, sono evidentissimi. Le guerre al terrorismo fuori dai confini Usa non hanno migliorato in nulla o quasi la lotta al terrorismo, che si è parcellizzato e non ha più solo al Qaeda nelle sue file, ma anche l’Isis, gli shebab e altre forze sparse un po’ ovunque. Le teorie degli “Stati canaglia” (Afghanistan, Libia, Siria e Iraq) e le relative guerre hanno scavato un fossato sempre più profondo tra tanta parte del mondo occidentale e tanta parte del mondo islamico. È da ripensare tutta la strategia di relazioni internazionali tra Stati Uniti e Paesi i musulmani, e così anche tra Europa e nazioni islamiche. Obama aveva iniziato il suo primo mandato con un promettente discorso al Cairo, ma i fatti poi non sono seguiti più di tanto, visto che gli scenari d’intervento sono aumentati invece di diminuire.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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