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“Anche noi senza casa come i profughi di oggi”, l’infanzia in esilio del cardinale Schönborn

Marinella Bandini - Aleteia - pubblicato il 17/10/15

La nascita in tempo di guerra, la fuga dalla Boemia e finalmente "il nostro appartamento". Poi il divorzio dei genitori, il dolore più grande

La licenza del padre dal fronte, qualche giorno a casa con la famiglia e dopo nove mesi la nascita del secondogenito. Inizia così, verso la fine della II Guerra mondiale, la storia del cardinale Christoph Schönborn, oggi arcivescovo di Vienna e figlio di una antica famiglia della nobiltà cattolica tedesca. “Papà era al fronte e sono arrivato alla vita in un incontro dei miei genitori durante un breve tempo di vacanza dal fronte: papà è potuto tornare qualche giorno a casa… e siamo arrivati così, nella guerra”. Sono anni tumultuosi, segnati dal conflitto prima e poi dalla fuga. Siamo a Skalsko, paesino della Boemia centrale, nell’attuale Repubblica Ceca. Con l’arrivo delle forze alleate “siamo stati cacciati, tre milioni di persone di lingua tedesca”. Tra loro anche la famiglia Schönborn, quando Christoph aveva appena nove mesi. “I primi anni della mia vita familiare sono stati segnati molto dai passaggi da una casa all’altra, da alcuni parenti ad altri, agli amici o familiari che ci hanno accolto. Nei primi sei anni della mia vita abbiamo cambiato almeno 12 volte casa, perché non avevamo una casa nostra, come tanti profughi oggi”.

Intanto la famiglia si era trasferita in Austria ed era arrivata anche una sorella. Poi finalmente una stabilità: “Mi ricorderò sempre, avevo sei anni, era Venerdì Santo, un giorno freddo, con la neve. Siamo entrati in questo appartamento che mi pareva enorme – era piccolissimo ma io avevo l’impressione di un grande appartamento – e la mamma ci disse: ecco, questo è il nostro appartamento. Mai dimenticherò questa sensazione del ‘nostro appartamento’. È uno dei più bei ricordi della mia vita: abbiamo un appartamento”. Passano gli anni e arriva anche un altro fratello. Poi qualcosa si guasta: “tra noi figli già si indovinava”, finché un giorno, quando aveva 13 anni, i genitori hanno divorziato. “L’esperienza forse più dolorosa della mia vita – racconta il cardinale Schönborn -. Ma dico grazie ai miei genitori perché non ci hanno fatto portare sulle spalle i loro conflitto”. E pensando ai genitori di oggi, è questa la cosa che ha più a cuore: “Se avete conflitti non coinvolgete i vostri figli nel vostro conflitto, è una grave, grave ingiustizia. Non è colpa loro, perché devono essere ostaggi del vostro conflitto?”.

A chi oggi gli chiede cosa sia per lui la famiglia, risponde: “È ciò che mi porta. Certo, mi porta anche la Chiesa, la grande famiglia domenicana, nella quale ho vissuto tanti anni, e la mia diocesi, ma la famiglia è qualche cosa di unico. Ho ancora mia madre che ha 95 anni, papà è morto 35 anni fa. È lo spazio dove sono a casa”. E nel tempo si è cementata sempre di più l’unione con i fratelli, riscoperti fratelli anche nella fede. Il fratello minore è attore di teatro e di cinema, il maggiore è fotografo e artista, la sorella vive in Francia e “fa bellissimi giardini, ha anche un dono terapeutico”. “Siamo molto uniti e proviamo grande gioia nel trovarci, e ciò che è più importante è che ci siamo trovati nella fede. Io ho avuto la fede fin da piccolo, i miei fratelli hanno attraversato la crisi tipica dell’adolescenza, ma oggi siamo molto uniti nella fede” nonostante anche i fratelli abbiano vissuto vicende familiari difficili e non sempre lineari. “Nonostante questo c’è la fede e questa è forse l’esperienza più bella della famiglia”. Una famiglia unita nella fede, anche con la mamma, “che ha avuto una vita difficile ma è un personaggio affascinante, molto viva, intelligente, una donna forte, che ammiriamo molto. Ci sentiamo profondamente uniti con il legame della fede e penso che questo faccia veramente una famiglia”.

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