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Troppo euro-centrismo, no fermo alla teoria gender, più spazio alla positività della famiglia

Antoine Mekary/Aleteia

Iacopo Scaramuzzi - Vatican Insider - pubblicato il 10/10/15


Le sottolineature dei 13 circuli minores sono molte e differenziate, ma vi sono diverse ricorrenze. I gruppi più critici nei confronti del testo base insistono sulla necessità di parlare più diffusamente delle teorie del gender (il gruppo guidato dal cardinale Bagnasco, ad esempio, sottolinea che bisogna mettere «più chiaramente in luce il loro carattere ideologico e offrendo alle famiglie un aiuto per riprendersi il loro originario diritto all’educazione dei figli nel dialogo responsabile con gli altri soggetti educativi»), della sfida dell’handicap nelle famiglie, così come di quella delle migrazioni. Nel primo gruppo francese emerge la voce di chi sottolinea la necessità di un «dialogo con i nostri contemporanei». Il secondo gruppo di lingua inglese mette in luce problemi sociali come «la scarsità abitativa, la disoccupazione, la migrazione, la droga, i costi di educare i figli». Il gruppo moderato da Menichelli denuncia i «limiti di un femminismo all’insegna della sola uguaglianza» e segnala la necessità di «denunciare lo sfruttamento del lavoro minorile, dei bambini soldato, del corpo della donna», suggerendo «uno sguardo positivo sulla sessualità» e ricordando la «sfida bioetica». Il gruppo coordinato dal cardinale Collins (relatore mons. Charles Chaput) sottolinea che «molte famiglie cristiane forniscono una contro-testimonianza alle tendenze negative» della società. Il primo gruppo spagnolo chiede di mettere maggiormente in risalto «la bellezza dell’amore umano aperta alla vita», contestando chi sostiene che il pensiero della Chiesa sia «medievale». Il gruppo tedesco, moderato dal cardinale Christoph Schoenborn, sottolinea come il matrimonio «non è un tema solo della fede cattolica». Su questioni più metodologiche, il secondo gruppo francese prospetta un «intervento magisteriale» per dare maggiore chiarezza teologica e canonica, il secondo gruppo anglofono evoca il fatto che «ogni Chiesa locale dovrebbe cercare di identificare le situazioni particolari della marginalizzazione della famiglia nella loro società». Il gruppo germanofono mette in luce la necessità che il testo finale sia rispettoso delle «specificità e differenze» culturali esistenti in seno alla Chiesa, perché serve «una analisi e un giudizio differenziato». Diversi gruppi sottolineano che il tempo delle tre settimane del Sinodo è scarso per affrontare tutti i temi sollevati.

L’arcivescovo di Louisville Joseph Kurtz e presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti ha riecheggiato, tra l’altro, la preoccupazione «che il documento finale non sia semplicemente iper-preoccupato e visto con gli occhi dell’Occidente o addirittura euro-centrico, ma testimoni la ricchezza della reale esperienza della famiglia», affermando che è «meglio parlare di luci e ombre piuttosto che parlare di crisi» della famiglia. «Io credo che quello che si sta facendo – anche il modo di farlo, così buono – sia una scuola di belle arti. Si sta cercando infatti la pittura migliore, i pennelli migliori, per poter mostrare il volto di quella che è la struttura originale della vita, che è la famiglia», ha detto a sua volta Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid, che ha anche insistito sulla questione della migrazione e della disoccupazione. Quanto al metodo nuovo adottato dal sinodo sulla famiglia in corso in Vaticano «probabilmente» è «costato un po’ di confusione», ma «è bene essere confusi ogni tanto, se le cose sono sempre chiare non sarebbe più la vita vera», ha chiosato il cardinale Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, nel briefing quotidiano in Vaticano: se il testo-base fosse quello conclusivo, «perché convocare 300 vescovi?». «In passato – ha sottolineato il porporato filippine – i circoli minori proponevano proposizioni per il Santo Padre, che poi scriveva una esortazione post-sinodale, ma i primi sinodi di Paolo VI non finivano con una esortazione papale: Paolo VI permise al Sinodo di pubblicare il proprio documento come documento finale, solo con la Evangelii Nuntiandi iniziò la pratica delle propositiones per l’esortazione papale, ma suppongo che non sia obbligatorio: è successo nel passato può succedere ancora. Attendiamo la decisione del Papa». Per l’arcivescovo di Manila, comunque, «il Papa ha già detto che il Sinodo non deve cambiare la dottrina, stiamo affermando e riscoprendo l’insegnamento. Il focus è la cura pastorale, come accompagniamo le famiglie divise dalla guerra e dalle migrazioni, come rendere la dottrina viva in specifiche situazioni. La fede è una ma le situazioni sono diverse, emergono serie proposte su come spazio può essere dato più spazio alle conferenze episcopali per affrontare le proprie questioni particolari sempre alla luce della fede».

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papa francescosinodo sulla famiglia
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