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L’uomo di Marte e la voglia di vivere

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 02/10/15

di Lorenzo Bertocchi

Huston, abbiamo un problema. L’avevamo dato per morto, invece, è vivo.” Su Marte. Siamo in un futuro non troppo futuro, quando gli States mandano con regolarità una manciata di astronauti a fare un po’ di lavoro sul pianeta rosso, quello su cui la Nasa ha recentemente scoperto rivoli d’acqua. Questo è il motore del film di Ridley Scott in uscita in questi giorni, basato sul best seller di Andy Weir “Sopravvisuto – The Martian”.

Peccato che la scoperta dell’acqua sia stata fatta solo in questi giorni, altrimenti per il povero Matt Damon, che impersona il protagonista del film, le cose sarebbero state un po’ più semplici. Sì, perchè il sopravvisuto su Marte deve arrangiarsi con quello che ha a disposizione per cercare di tirare a campare per quattro anni, in attessa che arrivi la prossima spedizione dalla Terra. Innanzitutto cercherà di coltivare patate, utilizzando quel sacchetto che avrebbe dovuto consumare con i compagni per festeggiare il Ringraziamento. Ma una tempesta di sabbia ha mandato all’aria la missione e gli astronauti sono dovuti rincasare in fretta e furia, lasciando il povero Matt solo soletto, ferito da un antenna piantata in pancia. Dato per spacciato rimane lì, mentre i compagni se ne vanno.

Ridley Scott è uno che il genere fantascientifico lo conosce, basti pensare a Blade Runner (1982), o Alien (1979), giusto per dire, ma questa volta le atmosfere sono un po’ diverse. Niente alieni o mondi del futuro, ma tanta scienza e solo un po’ di fantasia. A parte il concretissimo concime per coltivare patate che è dato dal riciclo degli escrementi del povero Matt, c’è tutta una teoria di esperimenti messi in campo dal sopravvisuto per ricavare acqua (ecco perchè la scoperta della Nasa avrebbe facilitato un po’ le cose), per tentare di riallacciare le comunicazioni con Huston (e ce la farà), per sistemare il rover e affrontare un viaggetto di 3500 km tra crateri e deserti marziani. Poi c’è il calcolo del movimento di tempeste di sabbia a partire dall’osservazione del cielo, mentre un blocchetto radioattivo tiene caldo l’abitacolo.

Il film, come il best seller la faceva con le pagine, ti tiene attaccato allo schermo. Scott sa come tenere alto il ritmo e Matt Damon ci mette del suo. Ce la farà il sopravvisuto a resistere e a tornare a casa? Come reagiscono quelli a Terra?

Non aspettatevi troppa introspezione, perchè il solitario marziano la prende con sufficiente ironia e al massimo si sollazza vedendo Happy Days e altri telefilm anni settanta, con la colonna sonora della disco di quel periodo. D’altra parte era quello che i suoi compagni si erano portati nelle chiavette personali che erano rimaste nello Hub sul pianeta rosso, niente meditazioni filosofiche, né Bibbie, o vite dei santi.

Il buon Matt si limita a cercare di cavarsela, certo ogni tanto si fa qualche domanda, e qualcuna se la fanno anche i suoi compagni che stanno facendo il viaggio di ritorno o quelli giù a Huston, ma tutto sommato niente di trascendentale. Rimane con i piedi ben piantati su Marte.

E meno male, perchè quando si tratta di provare a sopravvivere la filosofia conta fino a un certo punto, semmai, questo sì, qualche preghiera. Ma il film non ha intenti diversi dal far passare 2 ore abbondanti di puro intrattenimento e ci riesce alla grande.

D’altra parte si esce dal cinema carichi di un certo spirito di sopravvivenza: l’uomo ce la mette proprio tutta per vivere. Insistentemente. Si aggrappa a quel soffio di vita che lo anima e che gli permette di affacciarsi sull’universo con uno sguardo molto originale, fosse anche solo quello di ascoltare la disco music di Donna Summer, o gli Abba. Forse la disco anni 70 è un po’ poco, ma se si riflette è pur sempre qualcosa di grande.

Il film è della serie “arrivano i nostri”, ma sufficientemente interessante per non essere banale, il manico e la squadra garantiscono il risultato. A suo modo un inno alla vita.

Si potrebbero organizzare viaggi su Marte per recuperare una certa voglia di vivere, ché qui sulla Terra sembra che qualcuno ne abbia perso il senso. “Marte, abbiamo un problema”.

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