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La mano tesa del Sinodo su conviventi e divorziati risposati

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 22/09/15

LA “DIREZIONE” DI UNA CONVIVENZA

Allo stesso modo sui conviventi bisogna ragionare su quegli strumenti che li possano indirizzare più agevolmente verso il matrimonio. «I criteri di simpatia verso i conviventi sono dettati dalla presenza nella loro unione del desiderio di fedeltà, stabilità, apertura alla vita. E quando si coglie che questo desiderio possa essere coronato dal sacramento del matrimonio».

CONVIVENZA DOPO MATRIMONIO FALLITO

Altro caso è quello di una convivenza dopo un matrimonio fallito. «Quando c’è una convivenza irreversibile, soprattutto con la presenza di figli nati dalla nuova unione, tornare indietro vorrebbe dire venire meno agli impegni presi. E questi impegni comportano doveri morali che vanno ottemperati in spirito di obbedienza alla volontà di Dio che chiede fedeltà a questa nuova unione. Quando esistono questi presupposti, allora si può considerare un’integrazione sempre più profonda alla vita della comunità cristiana. Fino a che punto? Toccherà al Sinodo proporre e al Papa decidere».

UNA CORRETTA “VIA PENITENZIALE”

Apertura e prudenza anche per il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano. Sul fronte dei divorziati risposati osserva: «La formula dell’Instrumentum laboris è articolata perché riflette la ricchezza dei contributi dei padri sinodali durante l’Assemblea straordinaria dello scorso anno. Per quanto riguarda la cosiddetta “via penitenziale”: che cosa s’intende con questa espressione? Un cammino di conversione che implichi un superamento della norma? Una sorta di “pena” per regolarizzare la propria situazione? Come ho detto è necessario approfondire ancora» (Avvenire, 19 settembre).

NO ALL’ “OIKONOMIA”

Scola non sembra orientato ad avallare per il mondo cattolico la dottrina ortodossa della “oikonomia”. «Non è contemplata nemmeno dagli ortodossi come un principio generale e, ancor meno, come una norma che possa essere stabilita e applicata indistintamente a tutti. Nella tradizione latina si parla di “epicheia”, che non è un’eccezione alla norma, ma l’opportunità di andare, nel singolo caso, fino in fondo al principio di giustizia che la norma propone».

IL VERBO “ACCOMPAGNARE”

Mano tesa anche dall’arcivescovo di Ancora-Osimo, mons. Edoardo Menichelli, che in passato è stato anche presidente della commissione episcopale Cei per la famiglia e la vita. «Il verbo chiave resta “accompagnare” – dice Menichelli al quotidiano dei vescovi (16 settembre) – La Chiesa troverà le strade giuste, nella consapevolezza che innanzitutto è Dio che opera nelle coscienze delle persone e che “misura” a suo modo le scelte dei suoi figli. Se la Chiesa accompagna, se è madre che ama, sarà consolata anche da figli che si convertono. Per il resto, il rapporto con Dio è personale e la Chiesa oltre che educare e accompagnare, non credo che possa fare altro».

EDUCARE ALL’UNIONE PER SEMPRE

Il vescovo di Ancona punta l’indice sopratutto sull’educazione dei giovani alla cultura del matrimonio sacramentale come antidoto alla convivenza sempre più in voga: «Raddoppiare gli sforzi per trovare modalità più efficaci, sempre nel segno del Vangelo, per accompagnare i giovani che guardano con crescente preoccupazione all’impegno “per sempre” – sentenzia Menichelli – ma occorre far presto, non avere paura di confrontarsi con una società che non è mai come noi la vorremmo. E poi non tirarsi indietro di fronte alla sfida dell’educazione ai valori che contano, perché «educare all’affettività e alla sessualità dà senso alla vita».

IL PECCATO GRAVE

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Tags:
convivenzadivorziati risposatisinodo sulla famiglia
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