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Perché la riforma del processo di nullità non è un “divorzio cattolico”

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Sulla necessità di una vera pastorale dei fidanzati, perché chi si sposa in Chiesa sappia a quali compiti e doveri è chiamato

L’articolo di Antonio Socci sul “divorzio cattolico” rischia di creare molta confusione. Perchè molto confuso. Non voglio né ho le capacità, per soffermarmi su un problema troppo arduo: come andava fatta la riforma del processo di nullità? E’ stata fatta bene, o troppo in fretta e troppo ambigua? Non mancano infatti i favorevoli ad una riforma, la stragrande parte dei padri sinodali, e non mancano, nello stesso tempo, coloro che ritengono però andasse però fatta con più cautela e precisione.
Non è però sulle modalità migliori per l’accertamento della nullità che mi voglio soffermare, perché non è di ciò che Antonio Socci parla.

Dopo una critica a certe parole di Mons. Pinto, del tutto condivisibile, Socci spiega: “la carica di dinamite sta specialmente nell’articolo 14 delle Regole procedurali dove si evoca la “mancanza di fede” dei nubendi come possibile causa di simulazione o errore nel consenso e quindi di nullità del matrimonio. Finora la carenza di fede come causa di invalidità del matrimonio è sempre stata esclusa dalla Chiesa, la quale si limita ad elevare a sacramento il matrimonio naturale. Spiegava Benedetto XVI: “il patto indissolubile tra uomo e donna non richiede ai fini della sacramentalità la fede personale dei nubendi; ciò che si richiede, come condizione minima necessaria, è l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa“…”

Già qui si potrebbero fare vari appunti, che diverranno poi più chiari. Non è vero che la mancanza di fede non sia mai stata presa in considerazione. Nei vecchi manuali di teologia morale, pre-conciliari, come lo Jone, nei “Mezzi per assicurare la validità e la liceità del matrimonio” si invitano i futuri sposi ad istruire adeguatamente i nubendi nella dottrina cristiana, per renderli edotti di quali sono i fini che la Chiesa attribuisce al matrimonio. Non è richiesta dunque la fede, ma un assenso alla dottrina sì.

Proprio Benedetto XVI, che era convinto che oggi molti matrimoni odierni sono nulli, scriveva riguardo al matrimonio:
La fede in Dio, sostenuta dalla grazia divina, è dunque un elemento molto importante per vivere la mutua dedizione e la fedeltà coniugale (Catechesi all’Udienza generale [8 giugno 2011] : Insegnamenti VII/I [2011], p. 792-793). Non s’intende con ciò affermare che la fedeltà, come le altre proprietà, non siano possibili nel matrimonio naturale, contratto tra non battezzati. Esso, infatti, non è privo dei beni che «provengono da Dio Creatore e si inseriscono in modo incoativo nell’amore sponsale che unisce Cristo e la Chiesa» (Commissione Teologica Internazionale, La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio [1977], 3.4: Documenti 1969-2004, vol. 13, Bologna 2006, p. 147). Certamente, però, la chiusura a Dio o il rifiuto della dimensione sacra dell’unione coniugale e del suo valore nell’ordine della grazia rende ardua l’incarnazione concreta del modello altissimo di matrimonio concepito dalla Chiesa secondo il disegno di Dio, potendo giungere a minare la validità stessa del patto qualora, come assume la consolidata giurisprudenza di codesto Tribunale, si traduca in un rifiuto di principio dello stesso obbligo coniugale di fedeltà ovvero degli altri elementi o proprietà essenziali del matrimonio. … Vorrei soffermarmi, infine, brevemente, sul bonum coniugum. La fede è importante nella realizzazione dell’autentico bene coniugale, che consiste semplicemente nel volere sempre e comunque il bene dell’altro, in funzione di un vero e indissolubile consortium vitae. In verità, nel proposito degli sposi cristiani di vivere una vera communio coniugalis vi è un dinamismo proprio della fede, per cui la confessio, la risposta personale sincera all’annuncio salvifico, coinvolge il credente nel moto d’amore di Dio… Non si deve quindi prescindere dalla considerazione che possano darsi dei casi nei quali, proprio per l’assenza di fede, il bene dei coniugi risulti compromesso e cioè escluso dal consenso stesso; ad esempio, nell’ipotesi di sovvertimento da parte di uno di essi, a causa di un’errata concezione del vincolo nuziale, del principio di parità, oppure nell’ipotesi di rifiuto dell’unione duale che contraddistingue il vincolo matrimoniale, in rapporto con la possibile coesistente esclusione della fedeltà e dell’uso della copula adempiuta humano modo. Con le presenti considerazioni, non intendo certamente suggerire alcun facile automatismo tra carenza di fede e invalidità dell’unione matrimoniale, ma piuttosto evidenziare come tale carenza possa, benché non necessariamente, ferire anche i beni del matrimonio, dal momento che il riferimento all’ordine naturale voluto da Dio è inerente al patto coniugale (cfr Gen 2,24)”.

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