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Nessuna torta per i profughi Rohingya

The Burmese Rohingya Association of North America

Città Nuova - pubblicato il 13/09/15

Non ci sono solo i profughi che vogliono venire in Europa per sfuggire alla guerra o alla fame. In Asia, c'è un popolo senza identità, senza terra, alla mercede dei trafficanti d’esseri umani, in cerca di una patria che nessuno vuole dare. Sono migliaia di musulmani, in fuga dalle persecuzioni dei buddhisti nel Myanmar

di George Ritinsky

No, non ci sarà nessuna torta, come invece è successo a Vienna, ad accogliere i profughi Rohingya al loro arrivo, perché non c’è nessun posto dove sbarcheranno: dovranno restarsene in mare! Anni fa, forse quindici, sedevo nello studio di un diplomatico europeo a Rangon (l’attuale Yangon), la capitale del Myanmar. Mi raccontava, con mio grande stupore, le lotte sanguinose tra musulmani e buddhisti nelle province remote dell’ovest del Myanmar, al confine col Bangladesh. Feci notare che non se ne parlava su nessun giornale o telegiornale internazionale. Pensai addirittura che fosse una sua invenzione. Poi la cosa mi fu confermata più tardi da alcuni amici birmani e via via, nel corso degli anni, i fatti sono divenuti noti a tutti noi.

Anche qui in Asia è presente un’emergenza umanitaria, un popolo che si sposta perché perseguitato e oppresso da un altro: una minoranza etnica, i Rohingya, in fuga per i mari, in cerca di un rifugio. Chi sono i Rohingya? Provengono dallo Stato del Rakhine (facente parte dell’unione del Myanmar), situato ad ovest del Paese, vicino al confine col Bangladesh; sono di razza indo-ariana. Alcuni studiosi sostengono che sono originari del Myanmar e che le prime tracce della loro presenza risalgono già al 1799. Alcuni storici invece affermano che sono arrivati dal Bangladesh ad ondate, ad iniziare dal 1948, durante il dominio britannico sulla Birmania, periodo in cui gli inglesi hanno praticamente “importato” dall’India persone favorevoli al loro dominio per farli lavorare e poi ancora nuovi arrivi durante la guerra di liberazione del Bangladesh, nel 1971.

Il problema che va avanti da decenni, ma che solo ultimamente ha assunto proporzioni davvero preccupanti, è che in Myanmar si fa sentire sempre più fortemente l’intolleranza verso la minoranza musulmana da parte della maggioranza buddhista. La violenza contro i Rohingya è una triste realtà. Il risultato sotto gli occhi di tutti è una vera guerra contro la minoranza musulmana (di etnia Rohingya) in tutta l’unione del Myanmar: quest’insofferenza si è macchiata di sangue innocente.

I Rohingya non godono nemmeno della cittadinanza del Myanmar (dove ormai sono nati da generazioni) e tanto meno di quella del Bangladesh, da dove si dice che provengano. Con la legge dei primi anni ’80, il generale Ne Win privò del diritto di cittadinanza i Rohingya perché di razza indo-ariana. Da quel periodo ad oggi il ‘calvario’ per questo popolo si è solo intensificato: perseguitati e scacciati dalle loro case e villaggi, bruciati dalla furia omicida di bande istigate anche da alcuni monaci buddhisti, col risultato di un esodo biblico per una delle minoranze più povere del sud-est asiatico. Attualmente si parla di circa 500.000 profughi Rohingya in Bangladesh e di circa 100.000 in Malaysia e Indonesia, alcune migliaia in Thailandia, senza contare quanti sono ‘I.D.P’(Internal Displaced people, cioè profughi all’interno del proprio paese). E nessuno osa immaginare quanti ne siano morti in mare.

Thailandia, Malaysia e Indonesia hanno ufficialmente chiuso ogni possibilità di nuovi sbarchi e alcune navi di profughi vagano per il mare: i soccorsi della marina thailandese, per esempio, forniscono acqua e viveri o riparano i motori delle navi, ma non le rimorchiano. Le navi dei profughi devono solo andarsene altrove, perciò vengono lasciate alla deriva, praticamente a morire o, se hanno fortuna, ad approdare in qualche isola sperduta. La scusa ufficiale degli stati sopracitati è che non  vengono accolti per non incoraggiare un esodo ancora più massiccio dal Myanmar. Una situazione disperata.

Anche in questa parte del mondo, tutto questo è un ottimo business per i trafficanti d’esseri umani, come accade nel Mediterraneo: giri d’affari di milioni di dollari. C’è tanta documentazione di soprusi e abusi perpetrati dai trafficanti con la complicità delle autorità degli stati che dovrebbero proteggere queste persone.

Vedendo le foto della gente in marcia sull’autostrada Budapest-Vienna o la gente alla stazione di Vienna che accoglie i profughi con cartelloni addirittura di benvenuto e torte al cioccolato, ho sognato una cosa del genere anche per i Rohingya! Impossibile, da queste parti. L’Europa, con tutti i suoi limiti, sta dando ancora una volta, una lezione al mondo intero, di accoglienza ai più poveri: di tolleranza, di calore umano. Ed è un esempio di accoglienza, di tollerenza e di apertura. Un giorno, spero, tutta la terra, avrà questi sentimenti civili e profondamenti umani verso chi è scacciato e oppresso. Un giorno, forse, potremmo essere noi nelle loro condizioni.

QUI L’ORIGINALE

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