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L’Intoccabile, quando tocca, diventa toccante

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C'è una cosa ben peggiore delle mani sporche: l'averle vuote

Si tocca con tutto il corpo. Primariamente, però, il tocco è proprietà principale delle mani: Cristo lo sa. Come è suo intimo convincimento che ci sia cosa ben peggiore delle mani sporche: l’averle vuote, nella sua novella, è stato dipinto come il più grande di tutti i rimpianti. L’autostrada della solitudine, l’anticamera della disperazione.

Diede l’esempio – e per certi versi dettò tendenza – con l’uso che fece delle sue di mani: «Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io così facciate anche voi» (Gv 3,45). Mani che toccarono l’intoccabile al punto da apparire come le più scandalose tra le mani di quaggiù: i capolavori manuali che fecero storia e accesero la speranza furono quelli di periferia. Toccò l’intoccabile: nel senso che toccò tutto ciò che non si poteva toccare, ma anche nel senso che toccò quasi tutto ciò che andò trovando: per conoscerlo, per amarlo, per stanarlo e sanarlo. Toccò con tutti e cinque i suoi sensi: toccò anche con la vista, con l’udito, con l’olfatto, con il gusto. Toccava per portare tutti gli sguardi che lo guardavano in ciò che da lui era toccato. Guardato.

Essendo Dio, poteva scegliere di raccontare l’amore – lui che s’annunciava come l’amore della storia intera – con il più sorprendente dei teoremi, con la più astuta delle peripezie intellettuali, con il più sgargiante dei quadri possibili. Scelse ciò che a nessuno poteva mai essere passato per l’anticamera della fantasia: «Cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio che si era cinto» (Gv 13,5). Scelse di non scegliere altro che toccare la parte più bassa degli amici: quella che racconta di viaggi di andata e di ritorno, di strade chiuse e chilometri di vagabondaggi, di odori sgradevoli che solo una madre riesce a riconoscere come carne della propria carne.

Cominciò con i tocchi dal basso. S’era allenato a toccare ciò che era intoccabile: in periferia – l’uomo lebbroso e strozzino, la donna emorroissa e quella peccatrice, la samaritana e quella dei tanti profumi – lasciò le tracce più difficili. Lasciò un sordomuto come cartello stradale: «Lo pregarono di imporgli le mani (…) Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua: Effathà/Apriti!» (Mc 7,32-35). Quel giorno non bastò la parola come altrove nei suoi mille giorni di predicazione: servì l’ausilio delle dita. La salvezza è una questione di tocchi, di dita che, torcendo la saliva, la fanno diventare balsamo. Saliva e polvere: gli ingredienti più naturali per chi, con le mani, ha dimostrato di saperci fare. Di saper rimettere mano alla sua creazione continuamente (liturgia della XXIII^ domenica del tempo ordinario).

Da quando scarabocchiò il nome di ciascuno nel palmo delle sue mani, nessuno potrà più cadere fuori dalla mano di Dio: rimarrà la più bella tra le consolazioni possibili. Il vaso cade nelle mani del vasaio: saprà ritoccarlo. Le mura cadono nella città dei manovali: sono stati addestrati per ricostruirle. L’uomo cade nelle mani di Dio: l’unico spazio sulla terra nel quale cadere più che di vergogna assapora di benedizione. Di augurio: «Neanche io ti condanno: và e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Seppur esperto di creazione e di tocchi, Dio nei tempi addietro era considerato l’intoccabile. Un giorno toccò l’intoccabile, quello che nessuno s’azzardava di toccare: dal giorno in cui l’intoccabile toccò l’intoccabile/impuro, la salvezza scorre nel sangue delle mani. perché toccando si possa guarire l’altro; perché toccando ci si possa sentire guariti. Ci sono tocchi che somigliano a dei rintocchi. Così: come promemoria d’essere stati toccati.
Per poi toccare.

 

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