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Perché bisogna riflettere sul silenzio di Gesù nei Vangeli

The crown of thorns of Jesus Christ with blood and a nail on the Holy Cross © nito / SHUTTERSTOCK

The crown of thorns of Jesus Christ with blood and a nail on the Holy Cross © nito / Shutterstock

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David Maria Turoldo - Edizioni San Paolo - pubblicato il 14/08/15

Cosa avrà fatto in questi trenta anni di silenzio?

Una cosa mi impressiona nei vangeli in maniera tutta particolare: il silenzio di Cristo. Il silenzio della notte della sua nascita: «Mentre il silenzio fasciava la terra, e la notte era a metà del suo corso». Gli angeli, i cieli pieni di canto sono un’altra cosa, non hanno nulla a che fare con questo silenzio. Sono annunci misteriosi, di cui, se non è lecito dubitare, non è altrettanto bene parlare, specialmente parlarne come si parla di solito.

Il silenzio di tutta l’infanzia di Gesù, rotto solo dall’episodio di lui dodicenne rimasto nel tempio, fra i dottori. Anche questo è un episodio così strano. Va ricordato che i vangeli sono redatti a resurrezione avvenuta; che sono frutto di lunghe riflessioni di tutta la comunità dei credenti: documenti di laboriosissima fede.

Silenzio dei trenta anni avanti la vita pubblica. E anche a vita pubblica iniziata, altri enormi spazi di silenzio; ad esempio: i quaranta giorni di digiuno e di preghiera nel deserto; le molte notti passate in solitudine e preghiera; e ancora spazi in ritiro e abbandono.

Era la parola vivente del Padre; l’atteso dei secoli, dei millenni; era il messia inviato dal Padre a salvare il mondo. Parola fattasi carne nel seno verginale, immagine di tutta la creazione obbediente, concepito per opera dello Spirito santo, cioè dello Spirito creatore continuamente librato sugli abissi a compiere l’esodo dal caos alle forme, dal continuo disordine all’ordine, alla bellezza. E invece lui, l’atteso, ecco che passa dalla stalla a una falegnameria; e solamente dopo passerà alle piazze del paese e s’incamminerà su tutte le strade; prima ancora si attarderà ad andare a nozze, e per le nozze compirà il primo segno dell’acqua mutata in vino: il primo miracolo di Cristo sarà un bicchier di vino! E tutto questo, dopo trent’anni di silenzio.

Cosa avrà fatto in questi trenta anni di silenzio? Come si comportava in casa, e di cosa parlava con sua madre, con suo padre; in paese con gli amici? E come faceva sul lavoro?

Dicevo che a me impressiona più questo silenzio di Gesù che non tutto ciò che dirà dall’alto della montagna o in segrete confidenze. Meglio: a non capire questo silenzio, si rischia di non capire neppure quel messaggio. La sua prima parola è il silenzio, e la pazienza; specie se ci rapportiamo a questa nostra umanità sempre così impaziente e chiassosa. È il silenzio la parte più grande di tutto il mistero di Cristo. Il silenzio di Dio; il silenzio della creazione; e della notte. Il silenzio dei tabernacoli. Silenzio, grembo dei mondi…

Cosa aveva dentro da tenerlo fermo per trenta anni a un banco di operaio, dopo quella sua strana nascita! La profezia aveva detto che si sarebbe presentato «come un gigante in corsa lungo la sua via»; tutta l’umanità lo invocava; la terra «gemeva sotto dolori di parto, perché finalmente fosse rivelato». E ora, dopo essere finalmente disceso, ecco che si attarda per trenta anni a fare di pialla e di intaglio.

Credo che si debba pensare molto di più a quello che Gesù non ha detto, pensare a questo silenzio, per capire tutto il resto. Amare il lungo tempo che ha saputo tacere.

Ricordo anche la predica di Francesco, fatta in silenzio mentre passava per il paese. E poi: come dire di Dio, e cosa dire? Dio che tace non è già un annuncio? Tanto più che è difficile dire se Dio sia un suono oppure il silenzio. E da parte di ogni più grande e sensibile intelligenza si confessa che Dio non è tanto un essere di cui si parla, quanto l’essere a cui si parla. Solo a nominarlo dovrebbero fermarsi i mondi, trattenere il respiro tutte le creature. Non a caso la religione dice di non nominare il nome di Dio vanamente; e non a caso la più vera conoscenza di Dio è la teologia apofatica, cioè la teologia del silenzio. Infatti dopo il linguaggio poetico, che è già tentativo di dire l’indicibile, l’ineffabile, non c’è che l’atteggiamento del mistico, cioè del silenzio. La parola mistica pare che significhi labbra che si chiudono, ferita che si rimargina. È lo stesso significato della parola “adorare”: che vuol dire portare la mano alla bocca e tacere.

Così canta il teologo, dopo aver scritto infinitamente di teologia, dopo aver innalzato la più grande cattedrale alla divinità e all’uomo che è la Summa theologica. Volendo dire tutta la sua fede nel mistero, ecco che si mette a cantare al silenzio: «Adoro te devote, latens deitas», «Ti adoro devotamente, o nascosta divinità». Appunto: ogni parola vien meno, vien meno il cuore che si inabissa nel grande mare della contemplazione. Tutto vien meno, gli stessi sensi non servono più. Non resta che credere.

Di contro invece non stanno che le nostre parole sfocate; i nostri discorsi inutili e interminabili; e tutti uguali; questo gran dire, che poi non muta nulla, non trasforma, non fa soffrire nessuno. Mentre secondo la rivelazione la Parola sarebbe la sostanza di Dio, il contenuto delle cose: perciò dovrebbe essere naturale espressione di vita che si fa in silenzio.

Io penso che Cristo abbia veramente sofferto di più nel decidersi a parlare che nell’accettare la passione. Articolare un mistero dentro sillabe; dare un suono al silenzio; cercare una immagine per ciò che è al di là di ogni immagine: questa la grande impresa di Gesù.

È vero, doveva dare anche un senso al lavoro, doveva redimere tutte le forme costose della vita, attraverso tutti i passaggi maledetti della miseria, della solitudine, della stanchezza, perfino del sudore di sangue. Ma questa era la sua traiettoria di figlio percosso e umiliato, di uno che doveva diventare «carne di peccato», per consumare in sé lo stesso peccato. Ma mettersi a parlare, a dire!… Con quale lingua e quali immagini? Dire di cose che i cieli stessi non riescono a contenere; e poi cose così delicate, e segrete… Si, la più grande fatica del Signore deve trovarsi nell’essere stato costretto a parlare! Precisamente: cosa faceva in casa, e in bottega? Levigava legni o parole? Quanto avrà parlato con sua madre? E con Giuseppe, altro taciturno!

Strano: i protagonisti del mistero sono per lo più in silenzio. Contrariamente a noi, infaticabili tessitori di ragnatele… 

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