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Indissolubilità del matrimonio e celibato ecclesiastico: due leggi diverse?

© Gajus / SHUTTERSTOCK

Toscana Oggi - pubblicato il 03/08/15

Si parla di indissolubilità estrinseca «assoluta» soltanto in riferimento al matrimonio «rato» e «consumato». In questo caso il matrimonio «non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte» (can. 1141). La consumazione realizza la stabilità del vincolo sacramentale, essendo a essa ordinato per sua natura, e la pienezza dell’immagine sponsale che porta a essere «una sola carne» (can. 1061 §1).

Fatte queste premesse, si conclude che nessuno può decidere da se stesso o in accordo con il coniuge lo scioglimento del vincolo del proprio matrimonio (indissolubilità «intrinseca»). Riguardo all’indissolubilità «estrinseca», quando essa sia «assoluta», come nel caso del matrimonio rato e consumato, nessuna potestà umana e per nessuna causa può sciogliere il valido vincolo sacramentale, eccetto la morte (can. 1141). Al di fuori di questo specifico caso, il vincolo valido che sorge da un matrimonio tra due persone battezzate oppure tra una persona battezzata e una non battezzata, indipendentemente dalla consumazione, è «estrinsecamente» indissolubile, ma in modo «relativo», cioè per «giusta causa» solo il Romano Pontefice può concedere la dispensa in virtù della sua potestà vicaria (cann. 1142; 1698 §2). Va sottolineato che la Chiesa si limita a esercitare la sua competenza sul matrimonio dei cattolici, anche se una sola delle parti sia cattolica (can. 1059). Pertanto, lo scioglimento del vincolo «relativamente» indissolubile non è una dichiarazione di nullità, ma una grazia e, trattandosi di un procedimento amministrativo di carattere discrezionale, con i nuovi Accordi stipulati fra la Santa Sede e la Repubblica Italiana il 18 febbraio 1983, non produce più l’esecutività degli effetti sul piano civile dell’indulto pontificio, cioè non è soggetto a delibazione.

Riconducendo queste riflessioni alla domanda del lettore, si può notare senza difficoltà che il sacramento dell’ordine nella sua istituzione divina non include tra gli elementi strutturali essenziali il celibato ecclesiastico che corrisponde a una legge meramente ecclesiastica in vigore nella Chiesa Cattolica di rito latino. Senza entrare in ulteriori distinzioni e differenziazioni all’interno dell’ordine sacro tra diaconato e presbiterato, e tra Chiesa di rito orientale sia cattolica che ortodossa, la concessione della dispensa dal celibato, preceduta dalla dimissione dallo stato clericale, non significa che tolleri la coesistenza di due stati di vita oppure due scelte di vita tra loro contrarie, dovute a un ripensamento. Significa invece che in questo caso con la dispensa la Chiesa concede quello che è in suo potere di fare, se ve ne sono i presupposti.

Al contrario, il sacramento del matrimonio, oltre a essere sacramento permanente, qualora il vincolo sia indissolubile in modo «assoluto», come per il matrimonio rato e consumato, nessuna autorità umana, neppure il Papa può scioglierlo. Resta la possibilità dello scioglimento del matrimonio «per giusta causa» qualora il vincolo sia indissolubile, ma in modo «relativo», come nei casi sopra elencati. Purtroppo, questa modalità di scioglimento, quando ve ne siano i presupposti, non trova interesse da parte dei coniugi  per il mancato riconoscimento da parte dello Stato.

Pio XII in un discorso tenuto presso l’Università di Vienna il 3 giugno 1956, circa il limite del potere di dispensa del Papa ai matrimoni rati e non consumati, ebbe a dire che la Chiesa «se si comporta così non è per insensibilità o eccessivo rigore giuridico, come se non avvertisse le tragedie che spesso si verificano nei casi concreti, ma semplicemente per restare fedele al diritto matrimoniale segnato nei suoi limiti dal suo stesso Fondatore e che la Chiesa non può oltrepassare».

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Tags:
celibato sacerdotalediritto canonicomatrimonio
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