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È giusto dare l’unzione degli infermi a una persona non più consapevole?

© UNICEF-Marco Dormino

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Toscana Oggi - pubblicato il 03/08/15

Spesso le persone ammalate ricevono l'unzione degli infermi quando ormai non sono più in grado di rendersene conto

Quali effetti comporta il sacramento dell’unzione degli infermi chiesto da un familiare per una persona anziana, ancora in vita, che ammalata di Alzheimer, non è assolutamente in grado di accostarsi alla confessione e all’eucaristia e quindi capirne i benefici per la sua salvezza?
Luciano Olivieri

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

La domanda dal lettore coinvolge un aspetto della teologia sacramentaria che va al di là della questione particolare sulla quale si chiede una risposta. Possiamo, quindi, affrontare il discorso in generale e scendere poi sul particolare di un’unzione degli infermi dato ad una persona, ritenuta ormai incapace di comprendere il senso di quanto sarebbe celebrato.

La fede della Chiesa ha sempre riconosciuto un valore singolare alle azioni liturgiche, in modo speciale a quelle sacramentali. L’Oriente cristiano ha posto l’accento soprattutto sul valore ecclesiale della liturgia, elemento costitutivo della santa e viva Tradizione. Ogni celebrazione avviene nella fede della Chiesa, che crede come prega. La riflessione occidentale ha messo più in evidenza come Cristo sia «presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla sacra liturgia Sacrosanctum concilium, n. 7, dove si rinvia a un celebre passo di Agostino: «Battezzi pure Pietro, è Cristo che battezza; battezzi Paolo, è Cristo che battezza; e battezzi anche Giuda, è Cristo che battezza», Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia VI, n. 7).

Le due posizioni chiedono di essere coniugate e non contrapposte. Come si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica, i sacramenti sono al tempo stesso sacramenti di Cristo e della Chiesa. Il valore ecclesiale del ministro è fondamento del suo riferimento cristologico. Per la validità dei riti sacramentali occorre sempre che il ministro abbia l’intenzione di compiere quanto intende fare la Chiesa con quel gesto simbolico. Così il Concilio Ecumenico di Firenze nella bolla di unione con la Chiesa armena: «Tutti questi sacramenti sono completati di tre elementi: cioè di cose a somiglianza di materia, di parole a somiglianza di forma e della persona del ministro che conferisce il sacramento, con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa» (Decreto per gli Armeni Exsultate Domino).

Tuttavia, l’insistenza sulla dimensione oggettiva del rito non ha mai voluto squalificare la fede di chi si disponeva a ricevere i sacramenti. Studi ormai classici hanno mostrato come la Chiesa antica tenesse in grande considerazione la fede personale, disposizione interiore importante per accogliere la grazia di Dio e permetterle di trasformare la vita del credente.

Nel XVI secolo le posizioni estremiste di Lutero e degli altri riformatori reinterpretarono la comprensione della fede cristiana e la Chiesa cattolica fu spinta a difendere quanto veniva contestato. Il Concilio di Trento conferma la fede cattolica per cui si condanna chi affermi che i sacramenti della Nuova Legge non … conferiscano la grazia significata a quelli che «non frappongono ostacolo» (cf Decreto sui sacramenti, canone 6). L’espressione usata, non frapporre ostacolo (complicata anche in latino: non opponentibus obicem), fu decisa durante la discussione assembleare per includere nel testo il battesimo dei bambini, il cui valore pieno non era mai stato messo in discussione. Nella grande Tradizione della Chiesa il battesimo dei bambini è praticato da tempo immemorabile, riconosciuto come pieno e autentico battesimo. Il bambino non è consapevole di quanto è celebrato per lui, ma al tempo stesso non oppone un rifiuto consapevole verso il dono di grazia. Quanto deciso per il battesimo ha valore per ogni altro sacramento.

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