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Cosa intende la Chiesa per «castità matrimoniale»?

© lo.tangelini / Flickr / CC
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La castità, nella prospettiva della teologia postconciliare, non si identifica con l’astensione dai rapporti sessuali

Cosa intende la Chiesa quando parla di «castità matrimoniale»? È giusta la scelta di una coppia di sposi che, dopo aver soddisfatto le esigenze di procreazione responsabile, decide di astenersi per sempre dai rapporti sessuali? Non viene, così, tagliata una parte importante della loro unione?

Lettera firmata

Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale.

Ci sono due termini che stanno così vicini da sembrare persino intercambiabili: castità e astinenza.

Isidoro, eruditissimo vescovo di Siviglia nel VII secolo, scrive nella sua enciclopedia che la parola «casto» è connessa con «castrazione» e conferma con autorevolezza l’idea che si possa dire casto in senso stretto chi non esercita la sessualità e si fa «eunuco per il Regno» (Mt 19,12 ).

In questa prospettiva che assimila castità e astinenza, la vera castità matrimoniale consiste nell’astenersi il più possibile dall’avere intimità sessuali.

Non sono mancati nella storia della Chiesa, specie nei primi secoli coloro che- come sant’Agostino – hanno proposto agli sposi l’ideale della continenza sessuale come mezzo per crescere nella vita spirituale e nell’amore coniugale cristiano.

La castità, nella prospettiva della teologia postconciliare, non si identifica con l’astensione dai rapporti sessuali, ma definisce la capacità della persona di essere fedele alla verità della sessualità. La virtù della castità orienta il cammino di ciascuno verso una armoniosa integrazione delle energie sessuali, della capacità di amare, dei vissuti, dei desideri nel progetto unitario della persona (Cfr Catechismo Chiesa Cattolica 2337). La castità, sotto questo punto di vista, fa parte della tensione positiva e costruttiva che dirige interiormente la persona verso livelli sempre più soddisfacenti di pienezza.

La persona casta è la persona con lo sguardo trasparente e con il cuore liberato dalla durezza.

Per raggiungere questa meta, la castità richiede di purificare le spinte egoistiche e distruttive della sessualità e di volgerle verso un progetto di comunione e di vita, attraverso il superamento e il controllo delle dinamiche deformanti che la concupiscenza può generare nel vissuto sessuale di ciascuno «Secondo la visione cristiana – si legge in Familiaris Consortio 33 – la castità non significa affatto né rifiuto né disistima della sessualità umana, significa piuttosto energia spirituale che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dell’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione». La beatitudine dei puri di cuore vale per tutti i cristiani perché la castità si modella sulla vocazione di ciascuno e così, come c’è la castità dei consacrati, c’è la castità degli sposati, la castità dei fidanzati, la castità dei vedovi.

Può accadere che una coppia, soprattutto dopo che ha avuto figli, avverta l’ispirazione a sviluppare un linguaggio di intimità coniugale sciolto dalle sue espressioni corporee e decida di comune accordo di astenersi dagli atti sessuali per un certo tempo o per sempre, come ipotizza il nostro Lettore.

Questa situazione è presa in considerazione già da san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi.

Paolo ritiene senza dubbio che la situazione di chi non è sposato sia più atta a concentrarsi sull’attesa del ritorno imminente del Signore, ma dà consigli molto saggi agli sposi che ritenessero di astenersi dalla vita sessuale: farlo di comune accordo, per dedicarsi a preghiera più intensa e per un tempo limitato (Cfr. I Cor 7, 5).

Tenendo presenti questi orientamenti ispirati a grande saggezza ed equilibrio pastorale, non si può escludere che una coppia cristiana possa sentirsi chiamata a vivere una comunione coniugale che, senza disprezzare la preziosità del linguaggio del corpo, sviluppa un linguaggio dell’amore più spirituale, ma altrettanto intimo.

Se sostenuta da motivazioni rette, sane e condivise, questa astinenza dalla genitalità non danneggia il matrimonio né l’intesa coniugale ma può rappresentarne una fase nuova e ulteriore.

 

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