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La deontologia è obbligo o responsabilità? L’analisi di p. Francesco Occhetta su La Civiltà Cattolica

Per i giornalisti la deontologia (dal greco tò δέον «il dovere» e λόγος «scienza») è un obbligo o una responsabilità? Le norme dei codici deontologici – l'Ordine nazionale dei giornalisti ne ha adottati 15 nel corso degli ultimi 20 anni, dalla Carta di Treviso per la protezione dei minori (1990) alla Carta di Milano sui limiti del diritto d'informazione (2013) – sono vissute dagli operatori della comunicazione come un limite o come una garanzia della libertà professionale? In che modo la comunicazione attraverso la Rete impone di ripensare al diritto fondamentale della libertà di manifestazione del proprio pensiero? Sono alcuni degli interrogativi messi in fila dal gesuita Francesco Occhetta nella riflessione sulla deontologia dei giornalisti proposta nel prossimo numero de La Civiltà Cattolica e anticipata ai giornalisti. Proponiamo di seguito una sintesi dei passaggi più significativi.

ETHICS/DEONTOLOGY

Per il giornalismo americano la deontologia non è separata dall’etica al punto che il termine ethics ingloba i due significati, mentre il termine deontology rimanda alla riflessione filosofica sulla professione. Nella cultura europea invece l’etica riguarda la riflessione sui princìpi, mentre la deontologia si occupa di sanzionare i comportamenti scorretti. Molto è stato fatto in questi ultimi anni. A partire dal 1993 la codificazione deontologica inizia a proliferare. L’Ordine dei giornalisti ha adottato 15 codici deontologici, nati per arginare molte derive come la tutela dei minori, il rispetto della privacy, la pubblicità occulta, il trattamento dei dati personali, il modo di trattare persone deboli come gli ammalati e gli immigrati.

L'ARCO, L'ARCIERE E LA DIREZIONE

Si possono distinguere tre piani interpretativi diversi su cui si basa la deontologia riformulando la metafora aristotelica dell’arciere -l'arco, l’arciere e la direzione – che sta alla base del lancio di una notizia. La crisi della deontologia nasce da una visione per la quale l'osservanza del dovere è ristretta ai limiti dell'arco: basta cioè il rispetto dei numerosi codici deontologici e il timore di incorrere nelle sanzioni. Al centro, invece, deve essere posto l'arciere – cioè il giornalista – e il significato del suo operare così che il dovere (il deon) scaturisca dall'etica della responsabilità. Responsabilità significa "capacità di saper valutare gli effetti e le conseguenze delle notizie che si danno; preparazione rigorosa, che richiede di applicare a regola d’arte tutte le tecniche della professione;  credibilità, che è la forza di non essere falsificati e la capacità di far corrispondere ciò che si vive con ciò che si dice; l’obiezione di coscienza alla linea del proprio editore quando, questa va contro la propria visione della vita e chiede di attaccare le persone invece di confutarle sul piano delle idee". L'etica della responsabilità chiede alla libertà dei giornalisti di costruire la dimensione dell'informazione pubblica su una dimensione di servizio. La deontologia si basa, infine, sulla direzione dell'agire: questa, afferma il gesuita, riguarda "l’intenzionalità morale, la capacità di discernere il bene dal male o tra princìpi buoni in conflitto. Questa dimensione va oltre un atto corretto che riguarda l’oggetto dell’agire; riguarda invece le azioni moralmente buone: un giornalista può essere molto corretto (senza infrangere le regole) ma non cercare mai il bene (buono)".

BASTA UN IMPERATIVO CATEGORICO?

In molti ritengono che si possa rifondare la deontologia sull’imperativo categorico kantiano (il rispetto incondizionato del dovere) e sul richiamo di Rousseau alla coscienza, tradotti dal giornalista Montanelli nella "semplice e difficile parola: onestà". Tuttavia, sostiene l'autore, è proprio questa concezione illuministica della deontologia che è in crisi: "la moltiplicazione dei codici deontologici di questi ultimi 20 anni dimostra che esistono troppe norme troppo poco rispettate". La questione etica, come affermava il cardinale Martini, «è propriamente una questione di discernimento della qualità e per questo è difficile: uno può produrre molto, può occupare molti spazi, avere grandi successi, e però può fare molta fatica a discernere la qualità [delle sue scelte e azioni]». La deontologia include non tanto le informazioni che il giornalismo riporta ma il tipo di comunicazione che genera. Al centro del discorso deontologico non c’è solamente la professionalità del giornalista, ma soprattutto la sua interiorità e la sua capacità di costruire legami tra persone. È per questo motivo che per la Chiesa la deontologia è soprattutto una «questione antropologica».

FARSI PROSSIMO

Nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni, Papa Francesco ha indicato nella "prossimità" il fondamento spirituale della comunicazione. Scrive il Pontefice: «Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”».

Il credente può proporre al comunicatore un decalogo su cui fondare la deontologia che utilizza l'esperienza del buon samaritano definita dalla sequenza di 10 verbi utilizzata dall’evangelista Luca nel descrivere l'azione della parabola: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò… fino all’undicesimo verbo: «al mio ritorno salderò».

Sono i nuovi dieci comandamenti, perché i media siano abitati da «prossimi» e non da avversari. Altrimenti, ricorda il Papa: «Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola».

LA FUNZIONE SOCIALE DEL GIORNALISMO

L'uso delle nuove piattaforme tecnologiche sta imponendo un ripensamento del concetto classico di libertà di manifestazione del pensiero che potrebbe, in alcuni casi, essere garantito proprio attraverso alcuni limiti e controlli. In questa evoluzione del diritto gioca un ruolo la giurisprudenza, come nel caso della sentenza della Corte di Giustizia europea del maggio 2013 sul "diritto all'oblio". Non ci sono solo le norme. La deontologia ha bisogno di condizioni politiche che assicurino l'indipendenza della professione con una retribuzione degna che l'accordo sull'equo compenso, che ha ulteriormente diviso l'Ordine dal sindacato, non sembra garantire. Il fondamento della deontologia riparte dalla responsabilità degli editori, che negli ultimi anni hanno scaricato la crisi sul costo del lavoro, di "riconsiderare il ruolo dei giornalisti e la funzione sociale dell'informazione e dell'autonomia del giornalismo". Anche l'Ordine e il sindacato, a loro volta, hanno il compito di impedire che il precariato soprattutto dei più giovani diventi strutturale: pena la perdita di indipendenza del giornalismo.

Il tema della deontologia, rilanciato dall'obbligo formativo attraverso corsi o lezioni approvati dall'Ordine, non deve essere usato come una "operazione di immagine" e, peggio, come occasione di business, ma come occasione per rilanciare la professione "come un servizio al Paese e alla democrazia".
 

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