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La lettera di un sacerdote prima di morire che cambia la vita

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“La sua testimonianza ci ha segnato per il resto della vita”, dicono alcuni suoi compagni

Il periodo trascorso in Bolivia è stato fantastico. Da bambino ho sempre voluto andare in missione, e il Signore me lo ha concesso. È stato un periodo di rinnovamento sacerdotale, perché ero un “borghese”. Non mi preoccupavo di nulla, se non di me stesso. Senza santità, senza intimità con il Signore né con la sua Parola, senza preghiera assidua. Non mi preoccupavo della liturgia e chi dovevo assistere a livello pastorale. Non ero capace di morire per nessuno, ma agli occhi dei fedeli apparivo come un gran lavoratore, preoccupato delle cose, un buon sacerdote, umile… Tutto una bugia. Perché sono un egoista e un orgoglioso, in quello che faccio cerco solo me stesso. Sono un prete di campagna che si limita a fare cose, ma non porta il Vangelo alla sua gente. E sono attaccato al denaro, perché l'ultima cosa che ho fatto prima di partire per la Bolivia è stata fare lezione in un istituto di istruzione secondaria e avere una nomina consistente. Il pericolo più grande per un prete – e anche per qualsiasi cristiano – è il denaro: “L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10).

Ma i miracoli che ho visto nell'evangelizzazione e soprattutto la mia équipe di evangelizzazione mi hanno aiutato molto. Mi hanno corretto in tempo. Sempre con affetto, o meglio ancora con amore evangelico. Non sempre ricevevo volentieri le correzioni: il mio egoismo e il mio essere stato educato ad essere il primo in tutto, e un leader come prete, si manifestavano in tutta chiarezza.

Sicuramente sono loro molto grato, è stato un secondo seminario di formazione. Una rigenerazione sacerdotale.

In definitiva è stato un dover passare per la porta dell'umiltà, che io rifiutavo. Vedere i miei peccati con una chiarezza che prima mi era nascosta. E pregavo il Signore che se ero una zavorra per l'evangelizzazione, che se dovevo aggiungere problemi a quelli che già c'erano nella missione, mi portasse via. E come l'ha fatto! Il Signore me l'ha concesso.

Il Signore mi ha sempre concesso quello che gli ho chiesto con tutto il cuore. Egli si abbassa sempre per ascoltare l'afflitto e il tirbolato, e tratta sempre la pecora smarrita con la massima misericordia.

Dio provvede sempre, non lascia solo il debole, apre sempre porte là dove sembra che si chiudano.

L'esperienza della sofferenza è un mistero. Nel post-operatorio, anche se ero sedato con morfina, ricordo che in un'occasione mi sono svegliato e ho guardato il crocifisso che avevo davanti, ho guardato Gesù Cristo e gli ho detto che eravamo uguali: con il corpo aperto, con le ossa doloranti, soli davanti alla sofferenza, abbandonati, sulla croce… Mi sono concentrato su di me e mi sono ribellato. Non lo capivo. Dio mi aveva abbandonato. Non mi amava. E all'improvviso ho ricordato le parole che dal cielo Dio-Padre pronuncia riferendosi a Gesù il giorno del battesimo e successivamente sul Tabor: “Questi è il mio Figlio amato”, “'il mio Prediletto”. E il Figlio amato di Dio era inchiodato alla croce davanti a me. L'amore di Dio, crocifisso. Il Figlio in mezzo a una sofferenza disumana.

Allora ho riflettuto: se mi trovo nella Sua stessa situazione, allora anch'io sono il figlio amato e prediletto di Dio. E ho smesso di ribellarmi. E sono “entrato nel riposo”. E ho visto l'Amore di Dio.

La ragione umana non trova senso alla sofferenza, non ha logica. Solo guardando il Crocifisso l'uomo entra nella pace che la sofferenza gli ha rubato. Perché con il dolore e la sofferenza l'uomo perde la capacità di ragionare e la volontà. Ed è perduto, lo hanno vinto. Ha smesso di essere uomo; ma la sofferenza e la resurrezione di Cristo ci hanno resi uomini nuovi.

E quanto mi hanno consolato le parole del Servo di Yahvè: “Uomo dei dolori che ben conosce il patire”. NO! Non solo solo sulla croce. Rendo grazie alla Chiesa per il dono immenso della fede. Solo la fede ha la risposta agli interrogativi dell'uomo.

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