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Dialogo, misericordia, riforma: le parole del papa secondo Spadaro

AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI
A child plays with Pope Francis' skull cap during an audience with beneficiaries and volunteers of the Santa Marta pediatric dispensary in Paul VI Audience Hall in the Vatican on December 14, 2013. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI
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Il linguaggio di Bergoglio smuove il popolo di Dio: “la gente lo capisce perché non parla come un comunicato stampa”

“Papa Francesco ha scelto di parlare in modo da essere capito. Senza bisogno di ermeneuti”. Nella sede storica dell’Azione cattolica italiana, a Roma, rimbalzano le parole più usate da Bergoglio – poveri, misericordia, pastori, popolo – “catturate” dai volumetti della collana “Le parole di Francesco” curata dall’editrice Ave e padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, analizza il linguaggio “materico” del pontefice che usa le parole in modo creativo e così la corruzione “spuzza” oppure l’azione deve essere fatta “misericordiando”. “Quando sente che un discorso non è adeguato al contesto in cui parla – sottolinea Spadaro – il papa improvvisa, anche a costo di sbagliare". C’è una volontà comunicativa che risponde alla storia e un linguaggio che "porta le scorie del vissuto, come una pianta che viene via con la terra attaccata alle radici”. In questo modo il pontefice “cerca una relazione diretta” e il suo messaggio “si offre alla comprensione di tutti”. Infatti, afferma il direttore della storica rivista dei gesuiti che accetta di continuare il dialogo con Aleteia dopo la tavola rotonda con il presidente dell'Azione cattolica, Matteo Truffelli, e il presidente di Caritas Internationalis, cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, “la gente lo capisce e molti interpreti no”.
 
Quale parola la colpisce di più tra quelle usate comunemente da papa Francesco,?
 
Spadaro: Sicuramente “dialogo”. Mi colpisce la differenza tra il nostro modo di intenderla e il modo in cui la vive Bergoglio. Papa Francesco, per la sua esperienza personale, intende il dialogo come una parola che significa una relazione fatta di gesti e di azioni concrete. Dialogare significa incontrarsi e fare insieme delle cose. Non è possibile instaurare un dialogo senza fare qualcosa insieme e senza vivere una prossimità e – magari – un’amicizia. Per noi invece il dialogo coincide con il sedersi a un tavolo, esprimere le proprie opinioni e discutere di queste. La priorità per Bergoglio è data alla realtà, non all’idea. Il dialogo, così, è fatto di realtà, non di idee. Questa visione anti-ideologica, anti-idealista, stride profondamente con l’intellettualismo al quale siamo abituati e sollecita una ridefinizione del concetto di dialogo culturale.
 
Quale parola, invece, secondo lei, colpisce di più la gente?
 
Spadaro: Una parola che ha un largo impatto popolare è “misericordia”. Non è un caso che papa Francesco non solo la usi molto, ma evidenzi come questa sia la chiave di lettura del suo episcopato – espressa nel motto episcopale “miserando atque eligendo”, riferito alla chiamata di san Matteo  – e del pontificato, avendo indetto un Giubileo dedicato al tema della misericordia. La misericordia non è solo un’attitudine pastorale, ma è la dottrina, è il Vangelo. Attraverso il Giubileo della misericordia papa Francesco risponde all’appello di Benedetto XVI lanciato in latino il giorno in cui ha annunciato le sue dimissioni, parlando delle sfide per la fede poste dal mondo contemporaneo. Stiamo perdendo la capacità di riconoscere il volto di Dio e Dio è misericordia, abbraccia e accoglie tutti. Si stanno sovrapponendo delle incrostazioni sul volto di Dio che il papa vuol togliere. Quando parla di misericordia Francesco non vuol dire che bisogna essere “buoni”, “morbidi” o, nel migliore dei casi, “pastorali”, ma dice che dobbiamo riscoprire la fede, riscoprire Dio e il suo volto e in questo senso “misericordia” mi sembra la parola di maggior impatto popolare.
 
C’è il rischio di essere equivocati? Alcuni parroci si lamentano di fare la figura dei “cattivi” rispetto ai fedeli che richiedono di accedere alla comunione anche se divorziati perché l’ha detto il papa…
 
Spadaro: Il rischio di equivoco sulle parole del papa esiste e fa parte della loro capacità comunicativa. La comunicazione, se reale, è ambigua. Se invece è fatta di comunicati stampa, di formule o di lezioni, la parola è chiara, però non comunica. Il papa ha fatto una scelta precisa: privilegiare la pastorale e parlare alla gente. Certo si presta a possibili fraintendimenti, ma allo stesso tempo, muove, sta smuovendo, il popolo di Dio che fa appello ai suoi pastori. I pastori sono allora oggi chiamati a rileggere il Vangelo per poterlo spiegare meglio alla gente che rimane scossa dalle parole di Francesco. La parola del papa non è l’ultima, quella definitiva che produce sentenze, ma è la parola capace di smuovere il popolo di Dio e aprire processi, che è un’altra chiave per capire Bergoglio. Non è un papa che “fa cose”, ma uno che apre processi.
 
E la parola “riforma” come viene intesa dal papa?  
 
Spadaro: Intanto bisogna parlare di riforma della Chiesa, di cui la riforma della Curia è un effetto, non la causa. Non bisogna abbracciare l’idea che riformando la Curia si riformi la Chiesa: è esattamente il contrario. La riforma della Chiesa può dare senso a una riforma della Curia.  Di qui derivano anche i tempi lunghi di questa riforma che raccoglie le istanze della base. Deriva da questo, ad esempio, la lunghezza del processo del Sinodo sul tema della famiglia che raccoglie le istanze della base e quindi le domande inviate a tutte le chiese locali tramite i questionari e le risposte date dalla gente, dalle conferenze episcopali e a volte dai teologi. Il processo di riforma attinge il suo significato dal fatto che è la Chiesa che vive e si mette in un processo di riforma. Un processo che non è “a tempo”, cioè inizia in un momento e finisce in un altro. Il processo non finisce e, a mio avviso, anche quello sinodale non finirà con il secondo Sinodo ordinario. Sarà solo la seconda tappa, non la conclusione del processo stesso.
 
La logica del linguaggio del papa è quella dell’Incarnazione?
 
Spadaro: In modo radicale. Proprio perché la realtà precede l’idea e incarnazione significa farsi vicino alle dinamiche della storia, anzi: “farsi storia”. E’ questa la grande sfida che, dopo 50 anni, viene ancora lanciata ai nostri tempi dal Concilio Vaticano II, cioè il rapporto tra la Chiesa e la storia. Se non si affronta con sapienza evangelica questo rapporto, si finirà sempre per vivere la schizofrenia tra la dottrina e la pastorale che è proprio ciò che il papa sta tentando di sanare.
 
 
 
 
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