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Gesù “spogliò se stesso”…cosa ci fa pensare?

© Anilah / Shutterstock

David Maria Turoldo - Edizioni San Paolo - pubblicato il 04/04/15

Giunse fino alla spogliazione finale come dedizione “fino alla fine”

“Gesù Cristo, pur essendo di natura divina…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6.7)

Le molte spogliazioni dei poveri
Le vesti sono qualcosa di più di un mezzo per coprire il corpo; sono un simbolo della dignità dell'uomo. Essere spogliati davanti allo sguardo di testimoni curiosi è la violazione dell'ultimo residuo della dignità che rimane nell'uomo. L'esistenza di Gesù giunse fino a questa spogliazione finale, come culmine della sua dedizione “fino alla fine”.

Non vi è odio nel suo sguardo, né un gesto di sfida; e neppure arroganza da eroe. Vi è invece un'infinita profondità che domina la scena, oltre-passa i secoli e si posa su noi oggi. Vi è una certa spogliazione in tutta l'esistenza umana. La crescita della vita presuppone la spogliazione; il fiore che si trasforma in frutto perde i suoi petali; l'amore che cresce si spoglia delle forme precedenti che vengono superate dalla vita stessa. Ogni decisione della nostra libertà ci spoglia di infinite possibilità. E l'impegno totale della nostra vita nell'ascolto del Vangelo; la Buona Notizia presente e attiva nel mondo; ci rende molto simili a quel corpo nudo, maltrattato, fragile. Lascia anche noi come lui all'arbitrio della dominazione che struttura il mondo.

Di fronte a essa possiamo opporre soltanto la dignità e la fermezza della nostra opzione, la nostra solidarietà e la certezza che vale la pena il cammino intrapreso. Vi è inoltre chi è spogliato di fatto: del frutto del proprio lavoro, delle proprie possibilità di giungere a essere uomo; spogliato delle proprie capacità umane che restano come un residuo inutile, per mancanza di occasioni per esprimersi e svilupparsi.

Tutto questo appartiene certo al nostro mondo. Spesso preferiamo non vederlo, per non disperare. Ma è il mondo in cui Gesù ha affondato le sue radici e nel quale ha gettato semi di trasformazione. In esso ci interroghiamo sulla nostra fedeltà al nostro Dio che si rivela a noi spogliato fino all'ultimo lembo della sua intimità.

Gli uomini crocifiggono gli uomini
Il secondo grado delle spogliazioni di Cristo è la crocifissione. Gesù è fissato alla croce, inchiodato a essa, come simbolo del carattere irreversibile del dramma della sua vita. Il suo destino sta lì, fisso, irremovibile. Solo sulla sua coscienza pesa l'esperienza del fallimento, della solitudine, dell'abbandono di coloro ai quali aveva affidato la sua vita. Senza nessun sollievo. Non rimane nessuna fessura del suo essere attraverso la quale possa passare una speranza. Il rifiuto della bevanda che gli viene offerta è il segno che egli assume il limite della oscurità totale. Non è la morte di un detronizzato, nell'atto di rivolgere dal patibolo un discorso eroico alla sua corte fedele. E' apparentemente la morte di un semplice condannato della terra. Ci troviamo in verità di fronte al paradosso della vita, di fronte al mistero di Dio che si rivela in Gesù abbandonato ai poteri di questo mondo.

Così, via via che l'esperienza interiore di Gesù avanza sulla strada dell'agonia e dell'abbandono totale, ecco che la cornice comincia a trasformarsi da simbolo di morte in simbolo di vita.

Quando il corpo di Gesù, con le braccia aperte, fu sollevato tra cielo e terra, iniziò a realizzarsi la profezia di Caifa, il sommo sacerdote, completata dal Vangelo: “Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,51-52). Le parole di Gesù cominciarono a illuminare le tenebre che avvolgevano il Calvario: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31-32). Il progetto del Regno si avvia su una nuova strada per la sua realizzazione: una strada insperata, più splendida della prima.

Quella croce che si leva sulla cima della collina dà compimento a una lunga sequenza iniziata da Jahvè, appassionato del suo popolo: la sequenza di una fedeltà divina che di fronte a tutti fallimenti degli uomini ha trovato sempre nuove forme per offrirci la sua vita e consegnarla a noi.

La spogliazione della morte “in abbandono”
Potessimo ora soffermarci lungamente, lasciando che Gesù ci chiarisca il mistero della sua esistenza, giunta al suo culmine. Ascoltiamo in silenzio le sue ultime parole. Tentiamo di scoprire il Dio che si rivela in Gesù, davanti a tutti i nostri falsi dèi: davanti al dio impassibile, al dio dominatore, al dio-vendetta, al dio garante delle nostre insicurezze, al dio-interesse, al dio-rifugio delle nostre viltà, al dio paura…a quanti altri dèi? Le ultime parole di Gesù: parole di perdono per coloro che non sanno cosa fanno; parole di speranza per il suo compagno di supplizio; di consegna a noi di Maria, sua madre. Ancora e solo amore senza ripensamenti, e portato all'estremo.

Invece, per quanto lo riguardava, si incrinava la certezza che aveva sostenuto i suoi passi, ed è soprattutto allora che si apre dinanzi a noi l'insondabile mistero di Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Il nostro Dio si è rivelato a noi in un uomo, Gesù di Nazaret. E quell'uomo ha vissuto, fino in fondo, il dramma dell'esistenza umana. Passione dell'uomo, passione di Dio. Egli raccoglie in sé, come frutto della Buona Novella di liberazione, il rifiuto dei poteri di questo mondo, e ora, come esperienza estrema, l'abbandono del Padre.

In quel grido si fonde il grido di tutti i crocifissi della storia, di tutti coloro che hanno perduto la luce della speranza, di tutti quelli che sperimentato il rifiuto di fronte alla loro dedizione; di quanti si interrogano sulla validità dei loro progetti.

Non è un grido di protesta. E' l'ultimo appello dell'uomo, quando ha esaurito tutte le sue domande. E' la suprema rivelazione della profondità dell'uomo e della profondità di Dio. Era necessario portare fino al limite la debolezza di Dio, perché si rivelasse il suo potere non quello di dominare sugli uomini, ma quello di trasformare la loro esistenza, quello di vincere i poteri di distruzione e la morte stessa per generare un'umanità fraterna intorno a un unico Padre.

“Tutto è compiuto!”: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. “E mandato un forte grido, spirò”.

[Tratto da David Maria Turoldo, “Sotto la Croce. Un Dio sconfitto ma non vinto” (Edizioni San Paolo)]

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passione di cristo
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