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Blade Runner, il valore supremo della vita

© Blade Runner
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La resurrezione che torna sui nostri schermi a 35 anni dall'uscita iniziale

È un'esperienza vivere nella paura; questo è essere uno schiavo

Sono le penultime parole di Roy Batty, un Nexus 6 che riesce a trasformarsi nell'autentico protagonista di Blade Runner e ci riesce nello svolgimento del film che in questi giorni torna sugli schermi a 35 anni dalla sua uscita.

È stato anche uno dei film pionieri in quello che poi è diventato il popolare director's cut, il montaggio del regista che alterava quello che gli spettatori avevano visto sullo schermo in base al gusto del produttore e tradendo sostanzialmente la visione artistica del creatore.

Si possono scoprire poche novità su uno dei film sui quali si è scritto di più nella storia del cinema probabilmente insieme a 2001 odissea nello spazio, con una moltitudine di interpretazioni e valutazioni, ma in questa occasione vorrei soffermarmi sulla sequenza finale per la quale, come in quei lunghi scherzi che hanno bisogno di un lunghissimo preambolo, solo dopo due ore hai messo lo spettatore nella condizione di capire lo sviluppo che hai preparato.

Una messa in scena tanto elaborata, con macchine volanti, neon, pioggia… è una scusa non per raccontare la storia di un robot che non sapeva di esserlo, ma per scandagliare l'autentica domanda che il film vuole che ci poniamo: che valore ha la vita?

Scopriamo un fisicamente possente Rutger Hauer, attore indissolubilmente unito a questo personaggio che nel corso del film ci è stato presentato prima come un enigma, poi come una minaccia e a partire da un certo momento come un pericolo, riuscire all'ultimo a convincerci della sua bontà grazie al fatto che la sua vendetta risulta alla fine più dolorosa che provocare la morte di Deckard, colui che rimuove i replicanti che salva da morte certa.

Assistiamo forse a un estratto dell'evoluzione di un certo pensiero filosofico degli ultimi secoli. Se Nietzsche ha ucciso Dio, il replicante pone fine alla vita dei suoi creatori. Uno di loro, la cui fiducia si conquista con astuzie sataniche veterotestamentarie (come non sottrarci all'innocenza quasi paradisiaca della replicante Priss, un'unità di piacere candida e ingenua?), è il quasi puerile J.F. Sebastian, condannato a vedersi circondato da amici artificiali difettosi con i quali sopportare il suo invecchiamento prematuro, condanna forse per aver osato essere un dio per via della manipolazione genetica. L'altro creatore è il padrone e signore della corporazione Tyrrell, industria onnipotente che basa il suo potere sulla creazione di schiavi che emendano il loro peccato originale e mancano di empatia (come dimostra il test Voight-Kampff), trascorrendo i 4 anni scarsi di vita per i quali sono programmati a lavorare nelle miniere dello spazio.

La persecuzione fino alla morte di chi fino a quel momento era il persecutore si conclude con la sorpresa per la quale quando ci aspettiamo di trovare un'altra prova del disprezzo del replicante per la vita umana, questi mette in atto la sua vendetta in una forma forse più dolorosa.

Con il già mitico monologo che inizia con le parole “Ho visto cose che voi umani non non potreste neanche immaginare”, e quando qualcuno si chiedeva perché questo forzuto teneva in mano una delicata colomba bianca, un androide creato dall'uomo gli dimostra il valore di tutto ciò che si può sperimentare in una vita.

Non sperimentano emozioni? Gli androidi sognano pecore elettriche, come recita il titolo del romanzo scritto da Philip K. Dick su cui si basa la sceneggiatura del film? Non importa: l'accumulo di tutto ciò che è passato per gli occhi, le orecchie, l'olfatto, il tatto eccetera dei replicanti è bastato per dotarli della memoria che nel caso di Rachael, la replicante che non sapeva chi fosse, che ha viaggiato dove gli uomini non sono andati, che è stata dove noi non abbiamo osato arrivare, presuppone un insieme di ricordi che i meri mortali potrebbero al massimo immaginare.

Le ultime parole del Nexus 6, che dimostra forse di essere moralmente superiore all'uomo, sono però l'aspetto più terrificante di tutti. In appena 4 anni di vita, periodo di durata dei replicanti prima di essere disattivati, devono accumulare quello che un essere umano impiega una vita intera per accumulare a livello di esperienze ma anche di paure, perché sono consapevoli della vicinanza della loro data di caducità e sanno che per loro tutto finirà molto prima di quanto accade agli umani ai quali assomigliano tanto.

Con la pioggia che si porta via le lacrime del replicante mentre anche i suoi ricordi portentosi stanno sfumando, con il suo persecutore che comprende forse il motivo della persecuzione frutto di una vita artificiale ma effimera, ci resta l'ultima domanda come spettatori: quella vita creata dall'uomo ha un'anima? Per tutta risposta, le dita inerti dell'androide lasciano sfuggire una colomba bianca che vola verso delle nuvole che per la prima volta in tutto il film non sono scure ma chiare, come dovrebbe essere sempre il cielo.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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