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La carità cristiana nel modo di parlare

© igor.stevanovic / SHUTTERSTOCK

Opus Dei - pubblicato il 23/03/15

Mormorare, criticare o diffondere voci può essere una grave mancanza alla carità

“Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). In una lunga conversazione con gli ebrei sorge questa promessa del Signore, che nella sua semplicità e solennità attraversa i secoli: la verità ci rende liberi.

Hanno attraversato i secoli, però, anche le false promesse di colui che era omicida fin dal principio e non si è mantenuto nella verità, perché non c'è verità in lui. Quando parla la menzogna, parla del proprio, perché è padre della menzogna (Gv 8, 44).

“L'aspetto più sublime della dignità dell'uomo”, insegna il Concilio Vaticano II, “consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio” (Gaudium et Spes, 19). Per questo si può dire che la parola – la necessità di vivere in dialogo, in comunione – è l'aspetto più proprio della persona.

Nella parola si comunica la persona stessa: quando parliamo non ci limitiamo ad emettere un messaggio, ma in un certo senso diamo noi stessi. E arriviamo non solo alle orecchie degli altri, ma al loro cuore, al centro del loro essere. Per questo, la parola ha una dimensione in qualche modo sacra. Il suo retto utilizzo beneficia, edifica le persone, mentre le parole pronunciate senza attenzione maltrattano gli altri.

Lo ha capito intensamente Aleksandr Solzhenitsyn: le menzogne, sosteneva, non sono parole che diciamo e restano a fluttuare nell'aria, lontane da noi, ma ogni bugia ci corrompe dentro, fino a consumarci le viscere.

Il tono dei primi cristiani

Nella sua predicazione, il Signore invita tutti alla trasparenza, ad essere semplici, a rifuggire casistiche che spesso coprono, o almeno avviano, la menzogna: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37). Durissimo contro l'ipocrisia, il Signore lodava coloro nei quali non ci sono doppiezza e inganno (cfr. Gv 1, 47).

Il suo è un tono, un modo di fare, che è calato profondamente tra i primi cristiani: la lettera di Giacomo ha toni simili: “Il vostro 'sì' sia sì, e il vostro 'no' no, per non incorrere nella condanna” (Gc 5, 12). San Pietro parla di rifiutare ogni malizia e ogni inganno, ipocrisia, invidia e ogni sorta di maldicenze per potersi avvicinare a Dio, per succhiare come neonati il latte spirituale non adulterato (1 Pt 2, 1-2).

Questa innocenza cristiana nella parola, tuttavia, non si ottiene con una semplice intenzione generica, buonista: la tensione tra verità e menzogna è presente in tutto l'arco della nostra vita.

La Scrittura non si limita a enunciare i principi, segnalando in modo dettagliato gli abusi della parola, la mancanza di connessione tra ciò che si è e ciò che si dice. Risulta in questo senso antologico e di perenne attualità l'ammonimento di Giacomo sulla lingua:

“Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra.

Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. (…) Ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare” (Gc 3, 2-8).

Questa stessa sollecitudine per il domare la lingua è ben presente negli insegnamenti di papa Francesco. Con la stessa insistenza dell'apostolo, il pontefice non perde occasione per chiedere ai cristiani di sforzarsi di tenere a freno la parola che distrugge. Il papa sa che la sua chiamata al rinnovamento della vita dei cristiani e della Chiesa rimarrebbe senza valore se non arrivassimo a quel piccolo timone che decide il corso della nave. Tutti ringraziamo per la franchezza con cui parla il Successore di Pietro, anche se esiste il rischio di pensare troppo rapidamente che parli per gli altri e passare oltre senza chiederci in quale misura le nostre abitudini attuali o i modi socialmente accettati di comportarsi in questa materia siano all'altezza del Vangelo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr. nn. 2464 ss.) e il Magistero di papa Francesco offrono molti spunti di riflessione.

La menzogna, lingua dell'ipocrisia

Con quale delicatezza ci sforziamo di amare e di dire sempre la verità, di evitare completamente la menzogna? Perché non possiamo dimenticare la gravità della menzogna, che è “è una autentica violenza fatta all'altro. Lo colpisce nella sua capacità di conoscere, che è la condizione di ogni giudizio e di ogni decisione. Contiene in germe la divisione degli spiriti e tutti i mali che questa genera. La menzogna è dannosa per ogni società; scalza la fiducia tra gli uomini e lacera il tessuto delle relazioni sociali” (Catechismo, n. 2486).

Il papa ha parlato con energia della lingua dell'ipocrisia, propria di coloro che non amano la verità. Amano solo se stessi, e in questo modo cercano di ingannare e di coinvolgere l'altro nel loro inganno, nella loro menzogna.

“Hanno il cuore bugiardo; non possono dire la verità” (omelia, 4.VI.2013). Come San Pietro, esorta all'innocenza dei bambini, al latte spirituale non adulterato (1 Pt 2, 2): un bambino non è un ipocrita, perché non è corrotto.

“Quando Gesù ci dice: il vostro parlare sia: sì, sì, no, no, con animo di bambino, ci dice il contrario di quello che dicono i corrotti. (…) chiediamo oggi al Signore che il nostro sia il parlare dei semplici, il parlare da bambino, parlare da figli di Dio: dunque, parlare nella verità dell’amore” (omelia, 4.VI.2013).

La mormorazione: imparare a mordersi la lingua

Nel discorso della montagna, Gesù approfondisce il quinto comandamento del decalogo: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. (…) chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5, 21-22).

Le parole del Signore sono dure, ma chi “entra nella vita cristiana, colui che accetta di seguire questo cammino, ha esigenze superiori a quelle di tutti gli altri”; “non ha vantaggi superiori, no! Ha esigenze superiori” (omelia, 13.VI.2013). La mormorazione e l'insulto non si riducono a una marachella innocente: uccidono il fratello.

Scriveva San Josemaría: “Sai che danno può provocare tirare lontano una pietra se hai gli occhi bendati? Non conosci nemmeno il danno, a volte grave, che puoi provocare lanciando frasi di mormorazione che ti sembrano poco importanti perché hai gli occhi bendati dalla mancanza di attenzione o dall'accaloramento” (Camino, 455).

Per questo, prosegue il papa, quando già “cominci a sentire nel tuo cuore qualcosa di negativo” contro il fratello e lo esprimi “con un insulto, con una maledizione, o con collera, c’è qualcosa che non funziona. Ti devi convertire, devi cambiare” (omelia, 13.VI.2013).

A chi pensasse che ad ogni modo è giustificabile parlare male di qualcuno perché “se lo merita”, il papa fa questa raccomandazione: “Vai e prega per lui. Vai e fai penitenza per lei. E poi, se necessario, parla a quella persona che può rimediare al problema. Ma non dirlo a tutti”. Paolo, ha aggiunto, “è stato un peccatore forte. E dice di se stesso: prima ero un peccatore, un bestemmiatore, un violento. Ma mi è stata usata misericordia. Forse nessuno di noi bestemmia, forse. Ma se qualcuno di noi spettegola certamente è un persecutore e un violento” (omelia, 13.IX.2013).

Bisogna anche tener conto dell'effetto devastante che ha questa condotta sulla vita familiare, sociale ed ecclesiale. Si tratta di una pioggia fine che sembra innocente ma corrode tutto. “Ognuno si chieda oggi: io faccio crescere l’unità in famiglia, in parrocchia, in comunità, o sono un chiacchierone, una chiacchierona, sono motivo di divisione, di disagio? Ma voi non sapete il male che fanno alla Chiesa, alle parrocchie, alle comunità le chiacchiere! Fanno male. Le chiacchiere feriscono. Un cristiano, prima di chiacchierare deve mordersi la lingua!” (omelia, 25.IX.2013).

La diffamazione e la necessità di riparare

È bene tener presente che non basta che qualcosa sia o sembri vero perché si possa divulgare senza ulteriori considerazioni. “Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell'amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare la verità a chi la domanda” (Catechismo, n. 2488).

Spesso il presunto interesse informativo (sia di chi emette che di chi riceve) è in realtà il camuffamento di una curiosità irrispettosa, che di frequente sfocia in pettegolezzi o in chiacchiere, in insinuazioni e affermazioni calunniose su persone e istituzioni, che poi si diffondono senza che ci siano molte possibilità di rettificarle.

Per questa ragione, in questi casi la riparazione è un dovere di coscienza. Il catechismo afferma al riguardo: “Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole è stato perdonato. Quando è impossibile riparare un torto pubblicamente, bisogna farlo in privato; a colui che ha subito un danno, qualora non possa essere risarcito direttamente, va data soddisfazione moralmente, in nome della carità. Tale dovere di riparazione riguarda anche le colpe commesse contro la reputazione altrui” (n. 2487).

Vale quindi la pena di rivedere il nostro atteggiamento riguardo alla leggerezza con la quale si trattano in genere in conversazioni e commenti – anche tra cristiani – l'intimità e la reputazione altrui, forse adducendo come giustificazione il fatto che ci si sta limitando a ripetere ciò che dicono le notizie, o le voci.

Le dicerie, afferma il papa, “feriscono, sono schiaffi alla fama di una persona, sono schiaffi al cuore di una persona” (omelia, 12.IX.2014). Possiamo pensare anche al nostro modo di reagire di fronte alla disinvoltura con cui si accetta come cosa normale il fatto di criticare le persone (dalla vicina del piano di sopra al politico o al calciatore che appare in televisione), a parole o per iscritto, in modo aspro o malevolo, senza comprensione, arrivando con grande naturalezza all'insulto, senza la minima possibilità che la critica sia costruttiva per nessuno.

Cosa cerchiamo? Cosa guadagnano gli altri quando diffondiamo queste notizie o queste voci senza sapere esattamente cosa c'è di vero in esse? Anche le informazioni vere che conosciamo sugli altri devono essere gestite con prudenza e discrezione, per non diffamare né scandalizzare o provocare altri danni (cfr. Catechismo, nn. 2477 y 2479).

Permettiamo facilmente che la nostra sensibilità si “addormenti” per non rifiutare questi comportamenti o non avvertire che forse anche noi stiamo cadendo in essi. “Ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt 5, 13). Siamo noi cristiani ad avere la missione, e la grazia per metterla in atto, di mantenere nel mondo l'aria libera e pulita della verità.

Oggi, quando l'ambiente è pieno di disobbedienza e di mormorazione, dobbiamo amare più che mai l'obbedienza, la sincerità, la lealtà, la semplicità; e tutto con senso soprannaturale, che ci renderà più umani. Per raggiungere la pace.

Nell'incontro con i Presidenti di Israele e Palestina per pregare per la pace, il papa ha pronunciato una preghiera che alla fine diceva così: “Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre 'fratello'” (Discorso, 8.VI.2014).

La verità che ci rende liberi (cfr. Gv 8, 31-32) non consiste semplicemente nel possesso o nella trasmissione di enunciati e informazioni che corrispondono alla realtà delle cose. Si tratta di qualcosa di più profondo: la verità che fonda la sincerità e la lealtà nei confronti degli altri, in tutte le sue forme, è che tutti gli uomini sono fratelli, figli dello stesso Padre.

Gesù Cristo ci ha mostrato con la sua vita, veritatem faciens in caritate (cfr. Ef 4,15), questa armonia fondamentale tra la verità e l'amore.

Per questo, la verità che libera, che porta la pace, è in quella manifestazione eminente dell'amore di Dio per gli uomini che è la Croce redentrice. “Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace” (omelia, 7.IX.2013).

R. Valdés e C. Ayxelà

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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