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Perché il diavolo “punisce con molta rabbia” il Messico?

© Patrick John BUFFE / CIRIC
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Proviamo a capire ciò che papa Francesco ha voluto dire nella sua intervista recente a "Televisa"

Quando papa Francesco ha detto in un’intervista recente a Valentina Alarzaki, corrispondente permanente in Vaticano del consorzio messicano Televisa, che “il diavolo punisce con molta rabbia il Messico”, a cosa si riferiva? Sicuramente alla presenza di Maria di Guadalupe fin dagli albori della conquista spirituale e materiale del Messico da parte della Spagna di Carlo V.

Appena dieci anni dopo la caduta della grande Tenochtitlán (il 13 agosto 1521), la Vergine di Guadalupe è apparsa a San Juan Diego, dando con ciò una madre ai vinti.

Una madre che si collegava direttamente alle loro antiche credenze e che è rimasta registrata per sempre nell’immagine sacra del mantello dell’indigeno Juan Diego, un “macehual”, una persona del popolo, rappresentante di quella “nazione privilegiata”, ha detto papa Francesco, che difende, “sia cattolico, sia non cattolico o ateo”, sua Madre, la vergine del colle del Tepeyac.

Questa difesa popolare “di figli”, ha detto il pontefice alla giornalista messicana, è a suo avviso quella che ha portato il diavolo ad agire in modo più consistente in Messico.

Il papa argentino, che ha concesso l’intervista a Televisa sotto una bella riproduzione a grandezza naturale del mantello venerato nella basilica di Guadalupe a Città del Messico, l’ha “collegata” alla santità e al martirio della persecuzione religiosa (dal 1926 al 1940) e all’attuale sofferenza delle famiglie del Paese, esemplificata dal caso dei 43 studenti della Normal Rural di Ayotzinapa scomparsi il 26 settembre nella città di Iguala, nello Stato di Guerrero.

Una storia di gesuiti
Papa Francesco non è il primo gesuita a interpretare che il diavolo si intromette e “punisce con molta rabbia” i messicani guadalupani, soprattutto i poveri.

Forse il primo a effettuare questo riferimento è stato il gesuita Francisco de Florencia, nato nel 1620 in Florida (all’epoca possedimento spagnolo) e morto in Messico nel 1695.

Florencia – che era molto interessato a promuovere la devozione guadalupana tra gli indigeni – scrisse il libro libro La Estrella del Norte de México (1688) “per affetto alla Tua Santa Immagine e per affetto al Messico, la Tua Patria”.

Al gesuita Florencia importava che il Messico non venisse “privato della gloria di essere sua (la Patria della Vergine)”.

Florencia constatava e ammirava la devozione che gli indigeni nutrivano per la Virgen morena già nel XVII secolo. Racconta le feste del 12 dicembre con una prosa splendida: “Con la loro generosa povertà, che quel giorno eccede le elemosine degli altri giorni festivi, per quanto siano consistenti… tutti portano qualcosa da offrirle quel giorno”.

Questo avveniva la mattina di ogni 12 dicembre, giorno in cui si celebrava l’ultima delle apparizioni della Vergine a San Juan Diego, quando gli aveva consegnato delle rose ordinandogli di portarle al vescovo fra’ Juan de Zumárraga.

Il pomeriggio, tuttavia – scrive Florencia –, il diavolo si intrometteva e gettava alle ortiche la venerazione indigena con l’alcool sotto forma di due bevande tipiche del popolo povero: il pulque (tratto dal maguey) e il tepache (dal fermento della buccia dell’ananas).

Gli indigeni si ubriacavano nell’atrio stesso dell’antico eremo, la “casetta di preghiera” che la Madre del Salvatore aveva chiesto le venisse costruita sul colle del Tepeyac.

Florencia lo descriveva così nel 1688: “… il demonio ha introdotto nel pomeriggio di questi giorni, per annacquare la devozione del mattino, l’eccesso riprovevole del pulque e del tepache introdotto tanto licenziosamente in questo regno… (in cui molti) piegano le ginocchia e anche la testa a questo idolo infame di ubriachezza e offendono gli occhi della Purissima Signora con gli abomini che seguono”.

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