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La Chiesa plurale di Francesco

© GIUSEPPE CACACE / AFP

Argentina's cardinal Jorge Bergoglio, elected Pope Francis I (2ndL) appears with cardinals at the window of St Peter's Basilica's balcony after being elected the 266th pope of the Roman Catholic Church on March 13, 2013 at the Vatican. AFP PHOTO / GIUSEPPE CACACE

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 13/03/15

Costa (Aggiornamenti sociali): "Bergoglio ha aperto processi che continuano. Meglio non essere d'accordo che tentare di addomesticare il messaggio del Papa"

Il 13 marzo del 2013 si affacciava alla loggia della basilica vaticana Francesco, il “vescovo di Roma” scelto dai cardinali alla “fine del mondo”. Già dal suo primo “buonasera” rivolto ai fedeli che lo acclamavano sotto la pioggia, era evidente l’annuncio di uno stile che abbiamo imparato a conoscere ma ancora sorprende per la sua immediatezza e semplicità. Cosa ha portato Jorge Mario Bergoglio al ministero petrino e alla Chiesa nei due anni trascorsi dalla sua elezione? Aleteia lo ha chiesto a padre Giacomo Costa, direttore di “Aggiornamenti sociali”, la rivista mensile dei gesuiti che, dal 1950, offre approfondimenti e analisi sulla vita sociale, politica, ecclesiale italiana.

Per prima cosa un "amarcord": quale fu la sua prima impressione, la sera dell'elezione, nell'udire il nome di Bergoglio?

Costa: L'impressione che ho stampata in mente è soprattutto visiva, non auditiva. Non ricordo tanto il momento in cui fu pronunciato il nome e il collegamento con l'essere un gesuita del nuovo pontefice – quello semmai fu uno shock più tardi! -, ma ricordo con intensità il modo in cui Bergoglio si presentò ai fedeli in piazza s. Pietro e nel mondo. Senza i segni esteriori del ruolo, cioè senza la cappa di ermellino, con la semplice croce pettorale di sempre, presentandosi come "vescovo di Roma", chinando il capo per ricevere la benedizione del popolo di Dio prima di dare lui stesso la benedizione. In quella sequenza c'erano già le chiavi di lettura del pontificato che si apriva, del pontificato che stiamo vivendo. C'era il segno della sobrietà che abbiamo imparato a conoscere e che è molto di più di uno stile “semplice”: è un rovesciamento di prospettiva. Il papa non più al centro, ma che fa spazio alla gente, agli interlocutori. Un rovesciamento che nasce dall'essere in stretto contatto con il Signore così da poter fare spazio a tutti gli altri. Soprattutto ai meno visibili: gli immigrati a Lampedusa, i ragazzi del carcere nella prima celebrazione del Giovedì santo da papa, i disabili cui dedica un'attenzione senza fretta in ogni incontro.

La scelta dei cardinali di un cardinale latinoamericano "dalla fine del mondo" era il segnale di un cambio di passo?

Costa: Senz'altro significava discostarsi dalla centralità precedente della Chiesa italiana ed europea, con una maggiore libertà del pontefice di costruire anche un'equipe che ampliasse la prospettiva sul governo della chiesa tenendo conto delle esperienze dei vari continenti. La circostanza che Bergoglio non sia europeo lo mette fuori dagli schemi tradizionali di "progressista" o "tradizionalista". Di fatto egli vive la fede con una sensibilità di tipo tradizionale, ma l'attenzione ai poveri – peculiare per un sacerdote latinoamericano abituato a vivere tra la gente – dovrebbe portare ad inserirlo tra i "progressisti". Francesco ci ha abituati a scardinare le categorie: il riferimento costante ai poveri fa parte del suo modo di essere e di vivere la fede, non ha una funzione nè pedagogica, per insegnare "come si fa", nè didascalica, per illustrare come vive "il buon cristiano". Non ha un significato di contrapposizione verso chi non ha la stessa sensibilità e non è nemmeno di "sinistra": è Vangelo.

La scelta del nome di "Francesco" era già un'indicazione di programma, come ha confermato lo stesso pontefice. L'accento posto dal papa su poveri e Chiesa povera cosa sta portando nella Chiesa?

Costa: Se i gesti di Bergoglio alla sera dell'elezione mi hanno colpito, la scelta del nome Francesco mi ha proprio emozionato. In una sola parola c'era l'annuncio di un modo di vivere la Chiesa. L'accento sui poveri indica una strada che comporta anche dei rischi: la possibilità che "poveri" e "periferie" siano delle etichette da appiccicare obbligatoriamente a ogni evento, convegno e iniziativa della Chiesa per "far contento" il papa, ma restando solo alla superficie. Va detto anche che nella Chiesa dei poveri ci si è sempre occupati: semmai è da chiedersi perchè adesso sono diventati di moda. Il cammino indicato da Francesco richiede di andare in profondità non solo acquistando sempre più consapevolezza che i poveri sono davvero il tesoro della Chiesa, ma interrogandosi su come si traduca essere "Chiesa" povera, soprattutto in relazione al potere e ai privilegi. Storicamente in Italia la Chiesa ha goduto di trattamenti particolari per scuole, finanziamenti, regimi fiscali che permettono occasioni concrete di servizio. Senza voler guardare a questa situazione con un approccio ideologico e l’impulso di buttare via tutto, bisognerebbe interrogarsi su come poter condividere la stessa posizione con le altre organizzazioni religiose o laiche che rendono un effettivo servizio nella società. Si può scegliere la povertà, infatti, sia rinunciando a qualcosa sia condividendola con altri. Dei passi in questa direzione sono stati fatti, ma se ne possono senza dubbio fare ancora tanti altri.

Francesco è un riformatore, qualcuno che cambia un sistema radicalmente secondo il suo modo di vedere o un innovatore, cioè qualcuno che porta novità nel sistema aprendo dei processi affinchè si autoriformi?

Costa: Da buon gesuita, Francesco “apre processi”. Questa è un caratteristica propria della Compagnia fin dai tempi di padre Pedro Arrupe e che attinge alla spiritualità ignaziana: ciò che caratterizza i gesuiti non è tanto ciò che si fa, le attività che si portano avanti, ma come si fa, il modo di procedere. Il metodo sta nell' iniziare un percorso nel quale, a partire di quanto di vitale presenta l'oggi, mettersi in ascolto per cogliere la volontà del Signore, verificare e poi decidere nuove azioni. E’ il metodo di un discernimento che apre ad un agire non calato dall’alto, in base a un impulso verticistico, ma condiviso da un popolo che cammina insieme. Ed è il metodo di Francesco: il papa si assume la responsabilità di aprire i processi, accompagnarli e sostenerli – un compito impegnativo – ma, ancora una volta, non si mette al centro. Per molti può essere destabilizzante: non è facile non avere punti di riferimento chiari ad indicare la strada e si vorrebbe che il papa avesse già un piano preciso in mente. Per procedere così occorre una grande fiducia nel Signore che guida tutti i processi e una grande fiducia negli altri che condividono questo cammino. Di certo in questo modo sono necessari tempi lunghi, come al Sinodo sulla famiglia pensato in due tappe a distanza di un anno, con più momenti di confronto con le chiese locali. L’abilità di chi esercita la responsabilità è trovare il passo giusto tra chi va troppo in fretta e vorrebbe cambiamenti immediati e chi ha timore di andare allo sbaraglio.

Qual è il cambiamento più decisivo apportato dal pontefice fino ad oggi?

Costa: La legittimazione di un pluralismo di voci all’interno della Chiesa che costituisce una ulteriore declinazione di una Chiesa povera, in cui c'è posto per voci diverse. Non per niente l'ultimo articolo di Bergoglio pubblicato da "La Civiltà Cattolica" riguarda il pluralismo teologico. E' una chiave finora usata poco, ma centrale per definire la Chiesa che Francesco sta portando avanti. Dare attenzione ai più poveri, dare spazio ai lontani, significa che tutti hanno spazio nella Chiesa, non come qualcosa di concesso, ma come ricchezza di opinioni plurali a cui non si può rinunciare. E’, per esempio, l’esperienza dell’incontro in Vaticano dei Movimenti popolari del mondo: anche le persone che meno hanno a che fare con le parrocchie e le sacrestie hanno un posto nella Chiesa. Una Chiesa povera, che non ha nulla da difendere, non ha paura nemmeno delle opinioni contrarie. E’ questo il motivo per cui Francesco, all’apertura del Sinodo sulla famiglia, ha invitato a parlare con franchezza e parresia, senza aver timore di piacere o dispiacere al papa. Si tratta di qualcosa che impone un cambiamento radicale: cosa significa nella Chiesa non andare d’accordo ma essere accomunati dalla stessa fede?

Quale impatto ha il papa sulla società civile? Penso ai moniti su problemi sociali come l'abbandono degli anziani, l'evasione fiscale, la corruzione, la guerra, l'ambiente e un'economia "che uccide"…

Costa: Ha un impatto fortissimo: la riscoperta che il Vangelo ha qualcosa di importante e di bello da dire nella nostra società. Molte persone sono sorprese nell'apprendere concetti che appartengono alla dottrina sociale della Chiesa da sempre e che testimoniano un impegno costante sui temi della società e della giustizia. Il papa con le sue affermazioni incontra molto consenso ma anche forti resistenze. Negli Stati Uniti il tema dell'economia che uccide ha provocato fortissime reazioni in gruppi cristiani conservatori e anche la parte liberal della società civile si sente messa in discussione. D'altra parte un pontefice che non suscita reazioni sarebbe la spia di qualcosa che non va. Un altro grande gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini, nel libro "Il vescovo" ha scritto che quando si diventa vescovi bisogna mettere in conto che almeno il 30% delle persone sarà contrario a quanto dici. Tuttavia Bergoglio ha una grande capacità di farsi ascoltare perchè suscita interrogativi senza condannare. Alla domanda: "Dov'è tuo fratello immigrato?", nessuno – credente o non credente – può sottrarsi e nemmeno lui lo fa. Quando annuncia il Vangelo, Francesco – come ha scritto Scalfari nella sua intervista – non si pone come un padre che rimprovera, ma come un fratello che accompagna e incoraggia a riflettere. Questo atteggiamento sottolinea che la Chiesa ha qualcosa da dire, ma all'interno di un dialogo che riconosce la dignità di tutti gli interlocutori e si mette in discussione confrontandosi su quanto viviamo come società civile, come Paese, come mondo.

Dove va la Chiesa di Francesco?

Costa: Va verso una maggiore consapevolezza che nella Chiesa è necessario l'apporto di tutti e tutti possono e devono partecipare. Questo potrà aiutare a superare un certo clericalismo che ha sminuito la partecipazione dei laici e, in particolare, delle donne la necessità della cui valorizzazione è stata sottolineata più volte da Francesco. Se il metodo diventerà uno stile di Chiesa diffuso, aumenterà la fiducia nel camminare insieme, ognuno con le sue difficoltà. Per questo è importante saper dire apertamente: "io non sono d'accordo" e mettersi in discussione, piuttosto che tentare di addomesticare ciò che il papa dice riducendolo a una patina superficiale. Mettendoci in ascolto di ciò che è vitale, senza paura, sperimenteremo ancora di più che il Signore è un Dio buono che chiama alla vita e capiremo dove vuole portare la sua Chiesa.

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