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Gender (d)istruzione

© SHUTTERSTOCK
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Manuale di consapevolezza di "battaglia" culturale ad opera del presidente dei Giuristi per la Vita

Il libro “Gender (d)istruzione” di Gianfranco Amato, presidente dei “Giuristi per la vita” è un vero e proprio pamphlet “di lotta”, lo diciamo senza timore. Agile, di facile lettura, il libretto dato alle stampe per i tipi di “Fede e Cultura” permette di avere un ritratto documentato della situazione complessiva dell'educazione sessuale di orientamento omosessualista nelle scuole italiane. Atti di consiglio, casi reali da lui seguiti, testi di interrogazioni parlamentari in cui si cerca di capire – cosa che non è ancora realmente chiara, il che fa pensare al peggio – quale sia la posizione ufficiale del Ministero dell'Istruzione su questo tema, con pezzi delle istituzioni smaccatamente pro e altri contro. Si può dire che tutto inizi – almeno per l'opinione pubblica più avvertita – con la questione dei libretti dell'UNAR distribuiti l'anno scorso con l'attacco alla religione cristiana da parte di un documento del dipartimento Pari Opportunità del Governo italiano:
 

“Considerando che attraverso il disegno di legge Scalfarotto si pretende di introdurre il “reato di omofobia”, senza precisarne la nozione, ho letto con maggior attenzione quale fosse l’idea del governo in materia. E sono letteralmente trasecolato. In quelle premesse, infatti, si sosteneva che, tra i vari criteri per definire l’omofobo, ve ne sono in particolare quattro. Primo: il grado di religiosità di una persona concorre a configurare il suo profilo di omofobo. Secondo: credere “ciecamente” ai precetti religiosi è omofobia. Terzo: sostenere che l’omosessualità è un peccato, è omofobia. Quarto: sostenere che l’unica attività sessuale lecita è quella aperta alla vita, finalizzata alla procreazione, è omofobia. A quel punto mi sono detto che se quella era la definizione, allora io potevo ritenermi dichiaratamente omofobo, convintamente omofobo, orgogliosamente omofobo. Ritenendo le corbellerie sostenute dall’UNAR in quegli opuscoli particolarmente gravi rispetto al diritto alla libertà religiosa tutelato e garantito dall’art. 19 della Costituzione, contatto immediatamente la C.E.I. e il giornale di riferimento” (pag. 16)

Ed ecco che la strategia prende forma:

Qui la Strategia Nazionale dell'UNAR, basata sulle raccomandazioni del Consiglio d'Europa, è rivolta «a diffondere la teoria del gender nelle scuole, attraverso anche iniziative volte ad offrire ad alunni e docenti, ai fini dell’elaborazione del processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere» (pag. 24).

Gianfranco Amato riporta la vicenda della “lezione” di educazione alla differenza che si svolse a Roma presso il liceo Giulio Cesare, con la lettura pubblica di alcuni brani del romanzo “Sei come sei” della Mazzuccato e riporta una conclusione con cui in si dovrà fare i conti:
 

Il vero problema di questa surreale vicenda del Liceo Giulio Cesare di Roma sta nel fatto che i genitori degli studenti non siano stati minimamente coinvolti della discutibile scelta educativa.
Questo è il punto cruciale della vicenda, che è sfuggito a tutti gli indignati commentatori: il «diritto di priorità che i genitori hanno nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli», sancito dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Quel principio è stato espressamente proclamato nel 1948 – anno di sottoscrizione della Dichiarazione Universale
– proprio perché, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’esperienza aveva dimostrato quanto fosse stato devastante, distruttivo ed esiziale il Volksaufklärung, ovvero il sistema di istruzione statale del
Terzo Reich. Si è capito come l’istruzione pubblica in mano al potere è capace di diventare un’arma letale. Non era un caso, infatti, che le due competenze dell’istruzione pubblica e della propaganda
fossero in capo a un unico ministero, il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda. E non è un caso che dal 13 marzo 1933 fino alla fine del Terzo Reich, il ministro tedesco dell’Istruzione Pubblica fosse un tale di nome Joseph Goebbels (pag. 35).

Sempre di più infatti, nelle scuole di ogni ordine e grado, con il supporto di molte amministrazioni locali:
 

Si spiega, inoltre, che bisogna ormai parlare di «pluralità di modelli familiari», poiché «vi sono poi le famiglie monoparentali, le famiglie di fatto, i genitori omosessuali dell’uno o dell’altro sesso», e riconoscere proprio il «sentimento come base e scelta di relazione familiare», l’unico minimo comune denominatore fra tutte queste differenti forme di convivenza. Si precisa, infine, come il superamento della «famiglia classica genitori/figli» rappresenti «un cambiamento culturale e di mentalità», che ha portato a superare «il giudizio di devianza» verso forme alternative di famiglie e ad accettare la «cultura della differenza», capace di «riconoscere le pluralità dei modi in cui i soggetti desiderano e possono formare nuclei affettivi». La guida affronta anche il tema delle «nuove pratiche educative ». Si legge, infatti, che «nelle famiglie contemporanee è entrata in crisi una concezione normativa dell’educazione dei genitori verso i figli e le figlie», la quale prevedeva «la trasmissione di valori e regole, indiscutibili, dalla generazione più vecchia alla più
giovane». Oggi, secondo la guida, «prevale una concezione dell’autonomia di bambini, bambine e adolescenti, come attori sociali competenti, soggetti attivi, protagonisti della costruzione della propria vita, detentori di diritti», «si sta attuando quindi un grande mutamento sociale e culturale nella relazione genitori figli, figlie e questi ultimi rifiutano di seguire passivamente i modelli ereditati dalle generazioni precedenti» (pag. 60).

A dettare la linea, per così dire, sono i documenti di organizzazioni sovranazionali come l'OMS o la UE come:
 

Lo Standard per l’Educazione Sessuale in Europa prevede un indottrinamento per fasce d’età, attraverso un’attività informativa e educativa su temi, la cui lettura appare illuminante. Cominciamo dalla prima fascia: quella da zero a quattro anni. Gli infanti, secondo lo Standard, devono essere iniziati alla «masturbazione infantile precoce», alla «scoperta del proprio corpo e dei propri genitali», e ad «acquisire consapevolezza dell’identità di genere».
La seconda fascia prevede un’età che va da quattro a sei anni. I bimbi di quell’età non solo devono già conoscere nel dettaglio tutte le singole parti che compongono i propri genitali, ma devono
soprattutto nutrire un «rispetto per le differenze» e «rispetto per l’equità di genere», imparando a «consolidare la propria identità di genere», a favorire la «la convinzione “Il mio corpo appartiene
a me”», a conoscere la possibilità di «relazioni con persone dello stesso sesso», e ad «accettare le diversità».
La terza fascia è quella compresa tra i sei e i 12 anni. A quell’età, oltre a una conoscenza sessuale ormai completa (mestruazione, eiaculazione, contraccezione, aborto, ecc.), occorre avere un «atteggiamento positivo verso l’identità e l’equità di genere», imparare a provare «amicizia e amore verso persone dello stesso sesso», nonché «accettare, rispettare e comprendere le diversità
nella sessualità e nell’orientamento sessuale».
La quarta fascia è quella degli adolescenti dai 12 ai 15 anni. Loro devono essere educati sulle «aspettative di ruolo e comportamenti di ruolo rispetto all’eccitazione sessuale e alle differenze di
genere», approfondire gli aspetti dell’«identità di genere e dell’orientamento sessuale, compreso fare “coming out” (svelare la propria omosessualità)», e, ovviamente, anche loro devono
«accettare, rispettare e comprendere le diversità nella sessualità e nell’orientamento sessuali».
La quinta e ultima fascia riguarda i ragazzi dai 15 anni in su. Per loro occorre una fase formativa più avanzata che comprenda, per esempio, la possibilità di creare «bambini “su misura”, genetica », «una visione critica delle diverse norme culturali/religiose inerenti alla gravidanza, la genitorialità, etc.», «fare “coming out” di fronte agli altri (ammettere i propri sentimenti omosessuali o bisessuali)», una «accettazione delle differenze negli orientamenti e nelle identità sessuali», il «passaggio da possibili sentimenti negativi, disgusto e odio verso l’omosessualità all’accettazione e
all’apprezzamento per le differenze nel campo della sessualità», i «cambiamenti della struttura familiare», approfondire i concetti di «omosessualità, bisessualità, asessualità, monogenitorialità»,
nonché la capacità di «riconoscere le violazioni dei diritti e denunciare le discriminazioni e la violenza di genere» (pag 91-92).

La risposta non può che essere una:
 

Un simile documento va irrefragabilmente bocciato senza appello, per cinque fondamentali ragioni.
Primo, rappresenta l’espressione di una cultura che concepisce la sessualità umana unicamente collegandola al corpo, alla sola esperienza genitale e al piacere egoistico, che porta a perdere la
serenità – ancora negli anni dell’innocenza – e ad aprire a forme di depravazione.
Secondo, introduce nell’educazione dei giovani l’esiziale e perniciosa ideologia pansessualista, che proprio attraverso odiose forme di propaganda e indottrinamento fin dalla tenera età tendea mutare la concezione antropologica dell’uomo, così come è conosciuta da migliaia di anni nella nostra civiltà.
Terzo, espropria la famiglia – ambito privilegiato e naturale di educazione – del compito di formazione in campo sessuale, disconoscendo il fatto che la stessa famiglia rappresenti l’ambiente
più idoneo ad assolvere l’obbligo di assicurare una graduale educazione della vita sessuale, in maniera prudente, armonica e senza particolari traumi.
Quarto, si pone in palese violazione di due diritti fondamentali riconosciuti, garantiti e tutelati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: si tratta, in particolare, dell’art. 18, il quale garantiscela libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, i propri valori religiosi nell’educazione, e l’art. 26 nella parte in cui attribuisce ai genitori il diritto di priorità nella scelta di educazione da impartire ai propri figli.
Quinto, si pone in palese violazione dell’art. 30 della Costituzione italiana che garantisce e tutela il diritto dei genitori a educare i propri figli, nonché delle disposizioni del codice penale in materia,
e di tutte quelle che pongono quale limite per qualsiasi atto, privato o pubblico, il principio del buon costume (pag. 93).

Da queste considerazioni si parte per capire che la strada da fare nelle scuole, nelle famiglie, nelle aule di tribunale – perché si arriverà lì presto o tardi – e infine in Parlamento sarà lunga, difficile e travagliata….

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gender
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