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Il martirio può diventare una sorta di suicidio?

San Sebastiano pittore caravaggesco

© Public Domain

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 05/03/15


Dunque il martire è dono, ma anche giudizio per la Chiesa, e ammonimento per comunità cristiane spesso tiepide. Il martirio, che è testimonianza del Cristo che è venuto nella carne e del Cristo che verrà nella gloria, è profezia. E il profeta, e dunque il martire come profeta, è lui insegnamento per tutti gli altri cristiani».

UN ISTINTO SUICIDA NON AVALLATO DALLA CHIESA
Ma se da un lato c'è questa "apertura" della Chiesa al martirio, dall'altro non potrebbe passare un messaggio secondo cui la Chiesa avalli una sorta di "suicidio" di queste persone disposte a perdere la propria vita? «È innegabile – evidenzia ancora il biblista – che il fenomeno del martirio cristiano sia connotato da un'intrinseca ambivalenza. La disponibilità a seguire l'esempio di Cristo fino a perdere la vita nasce certamente dalla fede ma può arrivare ad assimilare in sé un cupio dissolvi, un desiderio di morte, un eroismo autoimmolatorio, un compiacimento nel sacrificio di sé, quasi un istinto suicida che tuttavia non trova avallo né nel Vangelo né nella tradizione cristiana né nell'insegnamento della Chiesa». 

COSA PASSA NELLA MENTE DI UN MARTIRE?
Non è nemmeno possibile sapere (e non è sensato cercare di sapere) cosa pensi o senta il martire nel momento decisivo. «Una simile lettura psicologica del martirio sarebbe fuorviante e perversa. Il martirio è morte inferta da altri: il martire non cerca la morte, come il suicida, ma vive la fede in Cristo e l'amore per Cristo e come Cristo stesso, cioè "fino alla fine" (Giovanni 13,1)». 

"NON CERCA LA MORTE"
E spesso il martire vive l'amore per i poveri, difende la giustizia calpestata, si oppone alle ingiustizie e alle sopraffazioni dei potenti e prepotenti che umiliano e schiavizzano, «cosciente che questo potrebbe, sottolineo il potrebbe, anche costargli la vita. Il martire non cerca la morte – spiega il biblista – ma il martirio è morte che può, sottolineo il può, intervenire se egli sceglie di rimanere in situazioni precarie o pericolose come situazioni di guerra per condividere fino in fondo la condizione di chi da quel luogo non può andarsene, per amore di quella gente e per amore del Cristo che si è identificato con i poveri (cf. Mt 25,31-46), oppure cura e serve i fratelli malati di malattie contagiose che potrebbero (sottolineo il potrebbero) anche costargli il contagio e la morte. Il martire non cerca la morte ma la vita degli altri e la vita in Cristo». 

L'ESEMPIO DI GESU'
Del resto, alla radice evangelica del martirio vi è l'esempio di Gesù che, senza aver cercato la morte (anzi, secondo Giovanni 7,1 Gesù "non voleva più percorrere la Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo"), «a un certo punto, non si oppone più e accetta liberamente l'arresto, il processo e la condanna a morte e va consapevolmente alla morte mostrando che l'amore può essere più forte della morte. Mostrando che ha una ragione per vivere colui che ha anche una ragione per morire. Il martire non muore solo per Gesù ma come Gesù». 

IL "VERO" MARTIRIO VOLONTARIO
Certamente, ragiona Manicardi, «si inserirebbe a questo punto una riflessione sul martirio volontario, fenomeno noto alle tre grandi religioni monoteiste, ma oggi sostanzialmente sequestrato dal fanatismo di matrice islamica e deturpato e pervertito dai fenomeni dei terroristi che si immolano uccidendo altre persone e che rivendicano per le loro azioni la qualifica di martirio. In uno spazio cristiano, il martirio, che pure nel passato ha conosciuto collusioni con la violenza inferta come nel caso delle crociate, è tale se non oppone violenza a violenza». 

LE TRE LEZIONI DI FRATE DE CHERGE
Le parole di frate Christian de Chergé, monaco trappista, priore della trappa di Tibhirine, ucciso con sui suoi confratelli nel 1996, esprimono bene alcuni aspetti del martirio:
– la decisione volontaria, libera, di condividere radicalmente la condizione dei fratelli musulmani di Algeria anch'essi vittime della violenza,
– la coscienza di collocare questa libera solidarietà che potrebbe rivelarsi estrema e senza ritorno, in una vita già radicalmente donata a Dio e al paese dell'Algeria,
– l'indesiderabile del martirio stesso, che sempre comporta un atto violento, ingiusto, e nel caso di frate Christian, un gesto che avrebbe accomunato tutto un paese (l'Algeria) e tutta una religione (l'Islam) indistintamente, nell'accusa di barbarie. Nessun eroismo autoimmolatorio, nessun cupio dissolvi, ma la decisione di essere fedele alla propria fede fino in fondo e di vivere radicalmente l'amore per il Signore e per il popolo algerino. 

IL TESTAMENTO SPIRITUALE DEL MARTIRE PERFETTO
Questa lucidità e questa volontà, dice il vicepriore di Bose, «non hanno nulla a che vedere con il suicidio», come appare con chiarezza da queste parole tratte dal testamento spirituale di fra' Christian:  "Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era 'donata' a Dio e a quel paese … Mi piacerebbe, se venisse il momento, di avere quello sprazzo di lucidità che mi permetterebbe di sollecitare il perdono di Dio e quello di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse ferito. Non posso auspicare una morte così. Mi sembra importante dichiararlo. Infatti non vedo come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio". 

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martirio
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