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Francesco e i Movimenti

© Antoine Mekary / Aleteia
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Preservare la freschezza del carisma e un “pensiero aperto” che non pretende di codificare l’intuizione originaria del fondatore

di Massimo Borghesi, Filosofo

Nel suo discorso a conclusione del III Congresso mondiale dei Movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma il 20-22 novembre 2014, papa Francesco ha indicato ai loro rappresentanti tre punti per una vera maturità ecclesiale: la freschezza del carisma, il rispetto della libertà delle persone, il perseguimento della comunione interna ed esterna, con tutta la Chiesa. Se il terzo punto è condizione di ogni autentica missione, il secondo è basilare per evitare i settarismi tipici dei fenomeni comunitari. Nella Chiesa la comunione sorge solo nella libera adesione, non da coercizioni sottili o dalla pressione della consuetudo. E questo tanto più oggi, in un tempo in cui la fragilità psicologica e l’insicurezza soggettiva spingono verso soluzioni non problematiche, protettive. Secondo il Papa: «Bisogna resistere alla tentazione di sostituirsi alla libertà delle persone e a dirigerle senza attendere che maturino realmente. Ogni persona ha il suo tempo, cammina a modo suo e dobbiamo accompagnare questo cammino. Un progresso morale o spirituale ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare». La pazienza degli educatori ha come mira la formazione di personalità libere: né gregari, né funzionari. Il Papa ha qui presente non solo le chiusure asfittiche di certi ambienti religiosi, segnati da un dispotismo interno, ma anche la burocratizzazione che ha contraddistinto la Chiesa nel corso degli ultimi decenni: il doppio clericalismo che vede gli ecclesiastici concentrati sulle loro “funzioni” clericali e il laicato come oggetto passivo di decisioni prese altrove. Rispetto a questa deriva la “stagione dei movimenti”, che ha segnato la Chiesa negli anni ’70-’80, ha costituito, certamente, un valido contrappeso, una sorgente di speranza per tutto il popolo cristiano.

I Movimenti hanno dimostrato che il rinnovamento conciliare era reale, che la Chiesa era una vera «communio», che la secolarizzazione e la scristianizzazione non erano il destino necessario del moderno. Questa stagione è sembrata declinare, dalla primavera all’autunno, nel passaggio dal vecchio millennio al nuovo. Non solo l’episcopato, almeno in Italia, è sembrato meno attento, dopo l’89 e il tramonto del comunismo storico, ai movimenti ecclesiali ma, anch’essi, si sono progressivamente “intiepiditi”. Chi per “separazione” dal mondo, chi per eccessiva “immersione”, le realtà ecclesiali laicali hanno perso quello slancio missionario che le aveva caratterizzate. Così i principali soggetti che si erano opposti alla burocratizzazione ecclesiastica ne sono rimasti condizionati. Il risultato è che la vita comunitaria si è irrigidita, spesso, nella vuota ritualità di gesti sempre identici, di incontri programmati, di parole ripetute prive di carne e di sangue. Il tutto segnato da un progressivo ritrarsi e chiudersi al mondo.

Questo processo, che ha segnato tutta la Chiesa nel corso dell’ultimo ventennio, è l’oggetto principe della preoccupazione del Papa il quale, da responsabile della Compagnia di Gesù in Argentina, ha bene conosciuto i rischi a cui va incontro una comunità ecclesiale quando si concentra su di sé, diviene autoreferenziale. Nell’intervista La porta è sempre aperta (Milano 2013) con p. Antonio Spadaro, Francesco afferma: «La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben “armata”, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente» (pp. 29-30). La Compagnia, come qualsiasi movimento ecclesiale, non deve procedere ad una compiuta istituzionalizzazione del carisma originario, né deve preoccuparsi di una sua compiuta sistematizzazione. «Quando si esplicita troppo, si corre il rischio di equivocare. La Compagnia si può dire solo in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere. […] Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico» (pp. 30-31).

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