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Family Cinema TV - pubblicato il 14/01/15

"Dei e Re" è questo il sottotitolo del film su Mosé voluto da Ridley Scott, spettacolare ma nulla più

 di Luisa Cotta Ramosino

Dopo Noè (Noah, di Darren Aronofsky, recensito su Scegliere un film 2014) non stupisce che sul grande schermo arrivi la storia di Mosè, altro grande eroe biblico protagonista di una vicenda piena di azione e colpi di scena, nonché, verrebbe da dire, degli “effetti speciali” più straordinari di sempre… Peccato che nell’affrontare un personaggio così affascinante e complesso l’approccio usato da Ridley Scott, pur non privo di spunti interessanti, si risolva in un’operazione imponente sul piano produttivo ma deludente su quello dei contenuti.

Non parliamo della scelta molto hollywoodiana di usare interpreti occidentali per ruoli mediorientali (del resto Charlton Heston non ci ha mai creato problemi come Mosè nei Dieci comandamenti, che oggi rimpiangiamo in modo particolare…), quanto della confusione e delle incongruenze che punteggiano una narrazione che si trascina faticosamente per due ore e mezza, finendo per diventare più noiosa proprio laddove è più spettacolare.

L’ateo Ridley Scott parte con un Mosè scettico nelle cose di fede, ma in compenso sicurissimo di tutte le sue opinioni per tutto il resto, al punto da diventare pure un po’ impertinente quando si rivolge al “fratello” Ramses (Joel Edgerton, che cerca di dare una tragica grandezza al suo personaggio, ma poco trova a cui appigliarsi salvo forse il sincero amore per il figlio). Una situazione che ricorda, in minore, l’inizio de Il gladiatore, con il risultato di lasciarsi sfuggire la specificità della storia di Mosè.

Un Mosè a cui la scoperta di essere ebreo fa perdere tutto (compresa la sorella Miriam e la madre adottiva Bitia, che fanno una comparsa talmente breve da essere ben poco significativa), che non trova però così la fede. Lo vediamo anzi nove anni dopo ragionare con la moglie Zippora sul diritto al figlio di “scegliere da solo” quello in cui credere… agnostico, dunque, fino a quando Dio stesso non gli si presenta prima come voce dal roveto ardente, poi sotto forma di un bambino che gli parla e gli ordina di agire.

È questa sicuramente una delle “trovate” del film, interessante in sé (pure se arriva dopo una bella botta in testa lasciando spazio a un’ulteriore incredulità), non fosse che questo Dio finisce per comportarsi troppo spesso come bimbetto capriccioso, che non vede l’ora di veder fallire Mosè nel suo primo tentativo di forzare la mano di Ramses con una serie di operazioni stile guerrilla, per poter usare la mano pesante e ottenere la liberazione del suo popolo con le piaghe…

Detto che anche la suggestione implicita nel rapporto, spesso conflittuale, tra Dio e Mosè (che si crede “assunto” in quanto generale, ma dovrà imparare che tutto è nelle mani di Dio) sarebbe stata degna di approfondimento, la cosa che colpisce maggiormente è che nel film manca completamente la dimensione reale del rapporto tra il protagonista e il suo popolo, ridotto a una massa uniforme e anonima in cui emergono (ma senza farsi davvero conoscere e amare)  unicamente grazie agli interpreti (Ben Kingsley e Aaron Paul) l’anziano Nun e il giovane Joshua, due figure per altro poco rilevanti per la trama. Quando invece proprio in questo rapporto, oltre che nel confronto drammatico e appassionante con Dio, risiede il cuore più potente della narrazione biblica.

Del resto a rendere la pellicola non riuscita sono proprio la mancanza di profondità teologica (visto che a dominare è un invadente discorso sul fondamentalismo che vorrebbe essere attuale e invece risulta solo antistorico) e la povertà nella caratterizzazione dei personaggi.

Le libertà prese rispetto al testo biblico, lungi dal rendere più coinvolgente il racconto, rischiano di farlo più schematico, schiavo di sequenze di azione sicuramente ben congegnate ma non per questo capaci di trascinare come nei “sandaloni” di una volta. 

QUI L'ORIGINALE

Tags:
mosèrecensione
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