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La rivincita di «Oh happy day»

© Sister Act / YouTube
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La colonna sonora apparentemente «laica» e politically correct del Natale è quella che (attraverso la Pasqua) richiama i contenuti più potentemente cristiani

Forse mi sbaglio, ma mi pare di aver colto nelle festività di quest'anno un maggior successo della canzone «Oh happy day». Filmati augurali su YouTube, app, esecuzioni televisive… Grazie alle sue caratteristiche spiccate di semplicità e allegria, l'orecchiabile ritornello ha fatto da colonna sonora al Natale – anche quello «laico» – forse più di altri anni.
Peccato che non si tratti affatto di un motivetto natalizio, anzi – a leggerne le parole in traduzione – si capisce subito che semmai siamo di fronte a un canto «pasquale», che richiama il sacrificio del Calvario perché il«giorno felice» è proprio quello in cui «Gesù lavò via i miei peccati»… Infatti la storia insegna che l'inno venne elaborato a metà XVIII secolo dal predicatore inglese Philip Doddridge, il quale su musica di William Mc Donald ne scrisse il testo a partire dal brano dell'eunuco convertito dall'apostolo Filippo (Atti 8); è costui il personaggio che celebra «il giorno felice che ha confermato la mia scelta», ovvero il giorno del suo battesimo: infatti l'inno viene tuttora eseguito in tali occasioni nelle Chiese battiste americane.

Il gospel – termine che deve significativamente la sua origine all'inglese «God's spell», Parola di Dio… – venne poi ripreso e rielaborato dal cantante americano Edwin Hawkins nel 1969, e di lì partì un incontenibile successo che l'ha condotto ai vertici delle classifiche internazionali, con 7 milioni di copie vendute, un centinaio di cover da parte dei maggiori interpreti della canzone mondiale e il 63° posto nella lista dei brani più belli del Novecento, oltre ad essere il primo gospel entrato nel circuito della musica pop (peraltro con nessuna approvazione iniziale delle Chiese protestanti, che vietarono anzi alle radio di trasmetterlo…).

Il legame col 25 dicembre si è poi stretto soprattutto per opera della solita Coca Cola (principale responsabile anche dell'attuale immagine globalizzata di Babbo Natale, del resto), che lo usò come jingle nelle sue pubblicità natalizie; cui in Italia si aggiunsero dal 1983 gli spot di una marca di spumanti. E da allora è diventata un'abitudine ascoltare «Oh happy day» eseguito da coretti col cappelluccio rosso e bianco in testa mentre la neve scende in sottofondo… Confermando con ciò il paradossale capovolgimento per cui in tutta la cristianità il vero «giorno felice» è quello dell'Incarnazione e dei regali, non quello della Resurrezione, sì, ma dopo la croce.

Proprio paradossi del genere hanno stimolato la riflessione che mi ha condotto a raccontare questa storia e che adesso, avendo consumato quasi tutto lo spazio consueto, sunteggio così: «Oh happy day», oggi percepito (grazie al suo stesso successo) come una colonna sonora «laica» e politically correct del Natale, non solo ha invece origini strettamente religiose, ma in realtà richiama addirittura contenuti potentemente cristiani come il sacrificio di Cristo per il perdono dei peccati, la Pasqua e il battesimo, funzionando in tal modo quasi da messaggio subliminale del significato teologico più profondo del Natale. È come se ciò che la cultura consumista ha fatto uscire dalla finestra a bordo della slitta di Santa Claus, rientri inconsciamente grazie alla suoneria di un telefonino trovato sotto l'albero… Un bello scherzo, tutt'altro che infrequente nel metodo evangelico, e che dovrebbe farci riflettere sui criteri che usiamo per definire qualcosa «cristiano» oppure no.

QUI L'ORIGINALE

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