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Papa Francesco al Te Deum: “difendere i poveri e non difendersi dai poveri”

AFP/Filippo Monteforte
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L'invito del papa al termine dell'anno: domandare la grazia di poter camminare in libertà e poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù

Quando una società ignora i poveri o li perseguita si impoverisce fino alla miseria. Così Papa Francesco durante i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, celebrati nella Basilica vaticana,  a cui è seguito l’inno del Te Deum in segno di ringraziamento al Signore per l’anno 2014.  Al termine della celebrazione, il Papa ha visitato il Presepe allestito in Piazza San Pietro. 
 
Parte dal significato del tempo il discorso del Papa: il tempo non è una realtà estranea a Dio perché Egli ha voluto rivelarsi nella storia. Il tempo è stato, quindi,  “toccato” da Cristo ed “è diventato ‘il tempo salvifico’”. La liturgia parla della pienezza del tempo e la Chiesa insegna infatti a concludere l’anno e le giornate con un esame di coscienza. Quello che facciamo anche oggi al termine di un anno, ricorda il Papa, è lodare il Signore e nello stesso tempo chiedere a Lui perdono. La lode parte dal grande dono che abbiamo ricevuto: “Egli ci ha fatti suoi figli”. A causa del peccato originale però questa relazione è profondamente ferita ma Gesù ci riscatta dalla schiavitù . Il dono, dunque che abbiamo ricevuto ci spinge a domandarci se viviamo da figli o da schiavi:

“Esiste sempre nel nostro cammino esistenziale una tendenza a resistere alla liberazione; abbiamo paura della libertà e, paradossalmente, preferiamo più o meno inconsapevolmente la schiavitù. La libertà ci spaventa perché ci pone davanti al tempo e di fronte alla nostra responsabilità di viverlo bene”.

La schiavitù riduce “il tempo a momento” e ci fa vivere momenti slegati dal passato e dal futuro e quindi, ricorda Francesco, “ci impedisce di vivere pienamente” il presente. Per far capire questo il Papa si rifà ad una grande artista italiano che qualche giorno fa diceva che è più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che l’Egitto dal cuore degli israeliti:
“Nel nostro cuore si annida la nostalgia della schiavitù, perché apparentemente più rassicurante, più della libertà, che è molto più rischiosa. Come ci piace essere ingabbiati da tanti fuochi d'artificio, apparentemente belli ma che in realtà durano solo pochi istanti! E questo è il regno, questo è il fascino del momento!”.

E il Papa ricorda che dal nostro esame di coscienza dipende anche per noi, cristiani, “la qualità del nostro operare”. Quindi si sofferma sulla città di Roma rilevando che “senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale” con i poveri “al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano”: “È necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra Città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!”.

E Francesco sottolinea che quando in una città i deboli sono aiutati a promuoversi nella società, “essi si rivelano il tesoro della Chiesa e un tesoro nella società”: “Invece, quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a “mafiarsi”, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce ‘l'aglio e le cipolle’ della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo, della schiavitù della sua pusillanimità e quella società cessa di essere cristiana”.

Ritornando alle parole della liturgia, il Papa ricorda che concludere l’anno è ricordarsi che esiste “un ultima ora” e la “pienezza del tempo” ed esorta a  “domandare la grazia di poter camminare in libertà per poter riparare i tanti danni fatti e poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù”. 

QUI L'ORIGINALE

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