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Omosessuali Non Si Nasce. E Neanche Lo Si Diventa

© Public Domain

ZENIT - pubblicato il 26/12/14

Una cattiva integrazione nel gruppo dei coetanei dello stesso sesso e un senso profondo di esclusione farebbero maturare nell’individuo frustrazione e quindi un complesso d’inferiorità quanto alla propria mascolinità o femminilità. Una realtà che, ci tengo a precisarlo, nasce dall’intimo della persona e non dall’esterno quasi fosse causata da esclusione o denigrazione. Gli atti discriminatori – che laddove ci fossero sono da considerare sempre e in ogni luogo deplorevoli – in realtà non causano questo complesso e vanno considerati in quanto tali. Invece, tale è la confusione nel dibattito, che siamo arrivati al punto che chiunque osi mettere in discussione slogan, proposte di legge, o proposte didattiche su questo argomento è messo a tacere a volte in termini ideologici, a volte con mezzi più meno intellettuali (basti pensare a quanto subiscono regolarmente le Sentinelle in Piedi o al linciaggio mediatico di questi giorni di alcuni insegnanti di Liceo), il tutto intriso di inestinguibile vittimismo dei militanti gay. 

Che peso può avere sull’identità sessuata il rapporto con i genitori?
Oltre a quanto spiegato, mi permetto di aggiungere un fattore antecedente, quasi una “preomosessualità” che dipende dai genitori e, in particolare dal genitore dello stesso sesso secondo tre aspetti. Il primo riguarda la presenza della differenza. Ognuno di noi costruisce la propria personalità confrontandosi con identità e differenza. Da un lato il bambino comprende se stesso imitando il genitore dello stesso sesso, dall’altro osservando quello del sesso opposto. E questo avviene non solo a livello cognitivo, ma prima di tutto emotivo e affettivo: vedo e “sento” che mamma mi parla, mi coccola, gioca con me in un modo diverso da come lo fa papà e anche che mamma e papà si relazionano alle stesse persone, per esempio agli amici, in modi diversi. E non solo perché hanno caratteri diversi; perché noto che il modo di fare della mamma è molto più simile a quello della maestra piuttosto che a quello del nonno o dello zio. L’assenza di un genitore o la mancanza della diversità (come nel caso della “omogenitorialità”) ha dunque delle conseguenze, come spiegato da ampia letteratura sull’argomento.

Il secondo punto riguarda le abilità sociali. Saper giocare come giocano i coetanei dello stesso sesso aiuta ad apprendere le modalità relazionali tipiche dei pari e ad essere “riconosciuti” dai bambini dello stesso sesso. E il tutto avviene nella piena spontaneità. È esperienza comune arrivare in una classe della scuola dell’infanzia e trovare i bimbi che giocano divisi tra maschi e femmine. E questo non perché una “maestra omofoba” glielo ha imposto, ma semplicemente perché maschi e femmine hanno attitudini al gioco differenti. Si ricordi il flop dei vari esperimenti delle “Gender theories” di dare il camion alle bambine e le bambole ai bambini. Risultato? Le bambine giocavano con i camion a “mamma-camion” che cambia il pannolino a “baby-camion” e i maschi prendevano a “sbambolettate” i compagni. Dunque, il genitore giocando col bambino lo aiuta ad interagire con disinvoltura con i bambini dello stesso sesso, evitando quel complesso d’inferiorità che si genera in adolescenza che secondo vari studiosi sarebbe proprio alla base della genesi delle sensazioni omosessuali. Quest’ultime partono da una idealizzazione dei tratti riconosciuti come non propri degli individui dello stesso sesso fino all’attrazione erotica verso di essi. 

Il terzo riguarda i genitori come coppia che si ama nel rispetto sereno e gioioso dei ruoli. Ruoli, tutt’altro che artificiali o svilenti – e meno che mai imposti! – che ancora una volta sono manifestazione naturale della propria indole di maschio o femmina nel rapporto con se stessi e con il mondo e mezzo per amarsi profondamente nell’accoglienza reciproca, proprio quella che non si spiega a parole ma che costituisce l’habitat in cui i figli sono immersi – mi passi il linguaggio – come dei pesci in un acquario. Diverse scuole di psicanalisi sottolineano, in merito alle principali cause riscontrabili all’origine dell’omosessualità il tema del padre assente. “Assente” è da intendersi non propriamente nel senso fisico di non presente, quanto piuttosto estromesso, il più delle volte dalla moglie, dalla vita familiare, espropriato del suo ruolo di capo forte e premuroso. Oppure denigrato o umiliato a parole o nei fatti dalla moglie stessa, spesso di fronte ai figli. E la “madre-tipo” che emerge è quella prevaricatrice nei confronti del marito, molto ansiosa e preoccupata, spesso dominatrice ma senz’altro molto insicura, proprio perché priva di qualcuno, un uomo, che la guidi e la sostenga.

* Giorgia Brambilla è professore aggregato della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum 

QUI L’ORIGINALE

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Tags:
ideologia gender
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