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Santa Sede: la missione di costruire ponti

© Government.ru/NASA HQ PHOTO

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 18/12/14

Larivera (La Civiltà cattolica): "la diplomazia vaticana agisce come un diamante a 5 facce"

Il clamoroso disgelo nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti annunciato congiuntamente dai due leader Barack Obama e Raoul Castro il 17 dicembre ha messo in luce, tra le altre cose, il contributo determinante in questa vicenda della diplomazia vaticana. Ma come agisce in generale questa diplomazia? E su quali altri fronti sta lavorando attualmente? Aleteia ne ha parlato con padre Luciano Larivera, redattore esteri della rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica.

Come agisce la diplomazia vaticana?

Larivera: Si può paragonare a un diamante, la sezione di un brillante, a cinque facce. Nel suo lato più luminoso la diplomazia vaticana è uno strumento di evangelizzazione. Il sistema diplomatico e i nunzi fanno riferimento al pontefice in quanto autorità religiosa, non come capo di Stato e questo è molto importante per la credibilità di quanto pone in essere, perché non difende interesse propri ma l’umanità e la dignità della persona. Due dei lati ancora esposti riguardano la presenza nei progetti per favorire la governance internazionale e per promuovere l’agenda post 2015 per lo sviluppo sostenibile che sostituirà gli obiettivi del millennio. La Santa Sede è presente in vari forum per promuovere una sostenibilità che è di tipo economico, sociale, ambientale, tutti obiettivi che non possono essere raggiunti senza paesi stabili e non in conflitto. Le facce meno visibili, che entrano – per così dire – nel castone, riguardano da un lato il sostegno delle chiese locali per la stipula di accordi in tema di libertà religiosa come libertà d’insegnamento, selezione dei vescovi, mezzi di comunicazione – ciò che normalmente è materia di concordato – e dall’altro il favorire processi di pace e tutela della sicurezza umana nei conflitti locali.

Quali sono le aree del mondo nelle quali è più impegnata oggi?

Larivera: In America latina il disgelo delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti è un inizio, ma importante, nel cercare sincronie. Il Vaticano in Venezuela sta sostenendo la chiesa locale che gioca un ruolo di mediazione per non esasperare i conflitti sociali provocati dal carovita e che lo scorso anno hanno provocato manifestazioni e proteste molto accese contro il governo. Rispetto alla Terra Santa la diplomazia vaticana rappresenta il “ponte” sul quale israeliani e palestinesi possono continuare ad incontrarsi, quando tutti gli altri attori possibili – a causa degli interessi economici  e strategici che li legano all’una all’altra parte – quel ponte potrebbero farlo crollare con il proprio “peso”. Lo stesso avviene in molti paesi dell’Africa, prima fra tutti il Sud Sudan o la Nigeria, dove il Vaticano sostiene i vescovi locali nel favorire un dialogo nelle situazioni di conflitto. Non mancano i fallimenti – si può pensare in passato al Ruanda – ma gettare ponti è il compito della diplomazia vaticana e anche indurre a gettarli.

In che modo?

Larivera: In Europa la circostanza di un papa non europeo serve a ricordare che l’Unione europea ha un ruolo mediativo e culturale da esercitare nel mondo, non solo come fattore di coesione interna. La Santa Sede è poi presente nell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nel Consiglio d’Europa il cui scopo è promuovere la democrazia e i diritti dell’uomo, nel Consiglio per i diritti umani a Ginevra, ma anche nell’Unione africana, tutte presenze in organismi cooperativi che la Santa Sede vuole potenziare nell’ottica – come ha spiegato il segretario di stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, parlando alle Nazioni Unite  in merito a Siria e Medio Oriente – di un’azione di polizia internazionale sotto l’egida dell’Onu per non esasperare una logica puramente bellica di risoluzione dei conflitti.

Qual è la differenza?

Larivera: Per riconquistare i territori occupati dall’Isis, ad esempio, non basta bombardare perché c’è un coinvolgimento della popolazione che si sente protetta in alcune rivendicazioni che lo Stato non è stato in grado di soddisfare, dalla partecipazione politica al welfare. In queste zone occorre portare aiuti, favorire lo sviluppo, creare infrastrutture e favorire dialogo tra le parti per togliere terreno a terroristi e criminali. Garantire una vera sicurezza è l’unica condizione che potrà permettere il ritorno dei cristiani in Iraq e la diplomazia vaticana è favorevole a questo tipo di azione, anche se i tempi sono molto più lunghi rispetto a un intervento militare.

Ci sono delle situazioni nelle quali ci si può aspettare, a breve, degli sviluppi simili a quelli nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti?

Larivera: La Santa Sede appoggia tutti i processi di dialogo – come quelli dell’Aiea a Vienna per il nucleare iraniano – e incoraggia i processi di pace – quelli di Minsk per l’Ucraina a quelli di Ginevra per la Siria – che prevedano per prima cosa il cessate il fuoco e la fine della violenza. Questa però non è la stessa logica della diplomazia tradizionale che lavora di solito per la descalation del conflitto, cioè ridurre piano piano il livello di tensione perché l’immediata cessazione del conflitto può di fatto avvantaggiare una parte rispetto all’altra. Se metti al primo posto la vita umana, ti preoccupi prima di tutto di mettere al sicuro la popolazione e poi di attivare gli strumenti diplomatici per risolvere le questioni. Se invece pensi che la guerra è uno strumento di risoluzione dei conflitti, hai davanti un nemico da eliminare. Si tratta di due logiche non facilmente conciliabili. Ma la Santa Sede può impiegare il suo peso in questa azione perché è credibile.

Quale ruolo gioca in tutto questo la figura di papa Francesco?

Larivera: Francesco investe molto nella relazione umana e nel rapporto con i nunzi, creando una catena di comando legata a un sentire comune. La sua figura, inoltre, risponde in questo momento a un bisogno di leadership morale autorevole. Nella diplomazia mondiale c’è bisogno di una figura “sanante” che vuole bene a tutti, ma in modo vero. Francesco è questa figura profetica che non è integrata nel sistema ma allo stesso tempo non è isolata. C’è bisogno di riconciliarsi con il futuro, perché il passato può essere problematico. Nella complessità odierna, e il ristabilimento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti lo dimostra, c’è bisogno di qualcuno che agevola anche i piccoli passi. 

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