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Il Corano giustifica l’uccisione dei cristiani?

© بلال الدويك
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Ci sono passi che giustificano l’assassinio degli infedeli e altri che parlano di rispetto per le “religioni del Libro”…

1. È vero che il Corano contiene testi che giustificano l'uccisione degli “infedeli”, così come anche la Bibbia ha passi che giustificano la violenza in nome di Dio

In effetti, il testo coranico offre un moltitudine di indicazioni che giustificherebbero la violenza contro i non musulmani. Basta citare la sura 9, che appare all'inizio del Corano e dichiara che tutti gli infedeli devono essere annientati o completamente sottomessi, un ordine che incoraggia il crimine e che annulla, secondo alcune correnti, i versetti precedenti che esortano alla pace.

Questa sarebbe una risposta rapida che non offre un panorama incoraggiante sulla natura dell'islam e dei musulmani. È tuttavia possibile offrire un altro tipo di risposta che, pur non negando certi aspetti, offre elementi di riflessione capaci di comprendere perché nel Corano compiano queste incitazioni alla violenza, e se gli individui che le utilizzano per eseguire crimini esecrabili sono rappresentanti del vero islam o no.

Se vogliamo conoscere la vera portata della domanda non basta riprodurre la lista di sure che giustificherebbero la barbarie. Dobbiamo optare per una risposta ad ampia portata, che argomenti la nostra risposta.

In primo luogo: la guerra in nome di Dio non è un'impostazione esclusiva del Corano. In contesti caratterizzati dalle convinzioni religiose, contare sull'aiuto di Dio in contesti legati al potere, alla violenza o alla guerra non era poi così sorprendente. Pensiamo ad esempio all'Antico Testamento (1 Sam 8, 20; Gdc 5, 31; Gs 10, 14 o Es 15, 3), in cui la guerra si colloca nel contesto della conquista di Canaan, promessa da Dio al suo popolo (Dt 4, 34).

Nel Nuovo Testamento, invece, la guerra non appare come tema, salvo nei testi apocalittici, in cui viene attesa come evento terribile. Compare invece il tema della pace. La risposta a questo “perché” per un cattolico è senz'altro legata alla storia della salvezza, incarnata in Gesù Cristo. Il cristiano comprende l'Antico Testamento alla luce del Nuovo, e per questo non segue precetti come la lapidazione degli adulteri o l'anatema, tra le altre pratiche superate.

Durante la storia cristiana, come con il Corano, in alcuni conflitti c'è stata però la tentazione di ricorrere a questi testi e di servirsene invocando motivi politici.

2. La chiave è nel modo in cui i musulmani – soprattutto certe correnti jihadiste – leggono il Corano

Bisogna compiere una distinzione doverosa tra il messaggio coranico e la sua interpretazione. Come testo sacro che raccoglie la rivelazione, è la fonte da cui scaturiscono le norme comportamentali. Essere capaci di riconoscere da chi proviene la lettura che ci viene offerta del suo messaggio è quindi una questione fondamentale.

Attualmente, l'islamismo estremista manipola il contenuto in nome di quello che viene chiamato “vero islam”. È un fanatismo esecrabile, una deviazione per giustificare o incoraggiare la persecuzione e il martirio dei cristiani in nome di un programma politico. Si tratterebbe di una falsa ortodossia che cerca di collegarsi al riformismo. Una corrente che intende il ritorno all'essenza dell'islam come il rifiuto del fatto che le circostanze storiche (contingenti) alterino la rivelazione (immutabile).

Uno dei vantaggi principali su cui contano queste correnti per trasmettere i propri messaggi è la diffusa mancanza di conoscenza del testo coranico. In primo luogo, bisogna dire che il Corano è innanzitutto un libro religioso. Definisce i rapporti tra l'uomo e Dio, tra la creatura e il suo creatore. È questo carattere (e non quello politico) che spiega la sua influenza eccezionale fino ai nostri giorni. Contiene la rivelazione di Dio a Maometto attraverso l'arcangelo Gabriele, sia alla Mecca che a Medina.

Per il credente musulmano è parola increata di Dio discesa nella storia. Un messaggio in lingua araba che ogni musulmano è obbligato a saper leggere. Un testo che è messaggio di salvezza e che ingloba ogni attività umana. Si può quindi affermare che il Corano è allo stesso tempo una summa teologica che espone il dogma, un codice giuridico e sociale, un trattato morale e un manuale di usi quotidiani.

I musulmani, come in precedenza ebrei e cristiani, credono di essere stati chiamati a formare un'alleanza speciale con Dio, costituendo una comunità di credenti (2:143) mediante l'instaurazione di un ordine sociale giusto (3:110). Considerano la “gente del Libro” recettrice della rivelazione e discendente di Abramo. Condividono la credenza nel Dio unico e una speranza comune: la ricompensa eterna accanto al loro Signore (2:62).

Per la sua corretta lettura e interpretazione, la Grande Tradizione islamica (elaborata da saggi e politici della fase classica e post-classica) stabilisce una grande differenza tra i testi coranici appartenenti al periodo profetico e quelli di periodi successivi. I primi conterrebbero un messaggio immutabile, i secondi sarebbero più in funzione di un'autorità religiosa abilitata a ispirare, correggere e islamizzare.

In questo senso, uno dei problemi principali che pone la lettura e la comprensione del Corano è quello dell'ordine. Il testo ufficiale attuale si divide in 114 sure, classificate secondo una lunghezza decrescente e non secondo un ordine cronologico. Non si tratta di una questione secondaria se vogliamo valutare il messaggio contenuto in ogni sura, in primo luogo perché i musulmani attribuiscono grande importanza all'ordine storico.

In secondo luogo, perché quest'ordine spiegherebbe il significato del testo e il suo rapporto con la trasformazione dell'islam da religione perseguitata a credo in espansione. Si deve anche considerare che l'esegesi musulmana fa prevalere il senso chiaro ed evidente di alcuni versetti rispetto a quello di altri che si presentano in modo più ambiguo. I primi non si prestano a confusione e sono quelli che devono essere seguiti, i secondi devono essere intesi sotto questa luce.

Quelle conosciute come sure meccane (messaggio coranico rivelato tra il 612 e il 622 alla Mecca) conterrebbero la rivelazione precedente all'egira. Il loro contenuto è avvolto in un grande lirismo che persegue l'adesione alla nuova fede. Anche il messaggio del Corano si presenterà come una religione “biblica”. La forma araba della religione eterna, rivelata in precedenza. Anche Maometto viene incoraggiato a seguire la Bibbia (6: 89-90).

Il testo rivelato a Medina (622-632) rafforzerà le differenze tra l'islam, l'ebraismo e il cristianesimo. Le sure di Medina presenteranno il Corano come il ritorno alla purezza della religione di Abramo, il suo perfezionamento. Maometto è quindi il sigillo della Profezia (6:84-87; 3:65-67).

A partire dall'egira, quindi, si modelleranno i principi dogmatici ed etnici in leggi e atti concreti. A quest'epoca appartengono le sure che parlano della guerra santa (8, 48, 110) o dell'organizzazione socio-giuridica della comunità di credenti. Un insieme differenziato delle “religioni del Libro” che invita a tornare allo stretto monoteismo.

È qui che l'islam acquisisce profili esclusivi come unico erede di Abramo (2:111, 3:67-68), accusa di falsificazione delle Scritture i suoi predecessori (3:23, 4: 46) e si proclama come unica vera religione (3:110, 9:33, 61:9; 48:28). E sarà tra l'anno 1 e l'anno 10 dell'egira che il Profeta diventerà capo religioso e leader politico con il desiderio di edificare uno Stato. Questo contesto rivela che Maometto si vide inserito in un contesto molto mutato. È certo che partecipò a combattimenti contro coloro che attentavano alla libertà di credo e si opponevano al messaggio del Profeta: meccani, arabi pagani e infedeli (2:190-193; 4:89).

È anche certo, però, che attraverso la sua esperienza concluse che non era possibile o ragionevole espandere l'islam con le armi (2:256, “Non c'è costrizione nella religione”). In questo senso, solo Dio può trasformare il cuore dell'uomo (10:99; 88:21-24). Queste immagini ambivalenti riflesse dal testo coranico hanno rafforzato un'interpretazione moderna della guerra in termini etici. Una lotta ascetica rivolta contro il male e per un futuro migliore.

3. Gli estremisti islamici estrapolano dal loro contesto storico le sure che giustificano la violenza, presentandole come immutevoli quando invece non lo sono

In base a queste considerazioni, estrapolare dal contesto storico il testo rivelato favorisce in modo straordinario la sua manipolazione da parte dei movimenti estremisti. Pensiamo nuovamente alla sura 9, rivelata quasi alla fine del periodo di Medina e che appare all'inizio del Corano. In mano a un'interpretazione come quella “nasikh”, diventa un testo che legittima la violenza senza altre considerazioni, e questo considerando che di fronte a una contraddizione palpabile le sure rivelate successivamente invaliderebbero quelle più antiche. Nell'islam avviene il contrario.

Bisogna insistere ancora una volta sulla necessità impellente di differenziare la natura autentica di questa religione e il suo fraintendimento ideologico. Mischiare le due cose non rende alcun servizio alla verità e quindi alla necessaria riflessione che richiedono le circostanze presenti.

Come cattolici, non si possono eliminare le premesse del Magistero della Chiesa riferite al dialogo interreligioso, con le esigenze e i limiti. L'esempio di Giovanni XXIII, Paolo VI o Giovanni Paolo II, che hanno seguito direttive dello Spirito nell'apertura agli altri e non pressioni di natura ideologica, devono essere un riferimento a cui rimanere fedeli, una fonte inesauribile di lavoro per rafforzare i legami di comprensione della realtà, per quanto questa possa essere dolorosa e contraddittoria.

Rispondere alla domanda iniziale ci rimanda quindi ancora una volta alla premessa fondamentale all'interno dell'islam: “Non c'è costrizione nella religione” (2:256). L'utilizzo del Corano per giustificare o incoraggiare la persecuzione e il martirio dei cristiani risponde quindi a un fanatismo esecrabile.

4. Nell'islam moderato il jihad viene inteso comunemente non come giustificazione della violenza, ma come difesa della fede

Esiste un certo consenso tra i musulmani moderati sulla necessità del rispetto dei cristiani come credenti monoteisti e sull'interpretazione dei versetti coranici che trattano del jihad come risorsa per la difesa della propria fede e non come aggressione illegittima. Da questa prospettiva, il radicalismo non è “ortodosso”, contravvenendo a queste circostanze necessarie.

Per motivazioni eminentemente politiche, tuttavia, questo discorso ha fatto presa su ampie fasce sociali del mondo arabo islamico di oggi. Il terribile spettacolo della violenza e la manipolazione coranica del radicalismo nascondono interessi geopolitici e ideologici. Si tratta di una perversione delle credenze e delle tradizioni religiose al servizio di una strategia di propaganda e controllo informativo.

Deve essere chiaro che stanno accadendo due cose simultaneamente: lo sviluppo di una guerra crudele e interminabile nello scenario vitale del Vicino Oriente e la mutazione del radicalismo islamico come alternativa ai regimi vigenti, sia quelli che hanno sofferto la speranza frustrata della cosiddetta “primavera araba” sia quanti ne sono rimasti indenni. La gravità della persecuzione contro i cristiani e altre minoranze richiede di stare molto attenti al suo progresso, alla ricerca delle cause reali che motivano ogni fatto e alle sfide che ci richiede la carità.

Molti musulmani sono impegnati nel rileggere la propria fede alla luce di una realtà plurale, di una comprensione delle fonti che permetta loro di articolare vie di azione che rispondano alle sfide del mondo moderno senza snaturare i propri principi. Musulmani moderati che cercano di costruire modelli di convivenza basati sul rispetto per i cristiani come credenti monoteisti.

Si avverte la necessità di ridefinire il pluralismo e la tolleranza come ha già fatto il Concilio Vaticano II. Questi concetti non solo sono compatibili, ma fanno parte del messaggio integrale del Corano: che Dio ha creato un mondo diverso e che se secondo la sua volontà avrebbe dovuto esistere una sola comunità con una sola religione.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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