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Sono innamorato di una ragazza con un handicap mentale!

Andrea CC

Enrique Anrubia - Aleteia - pubblicato il 26/11/14

La vedo così bella, la vedo nella mia vita, vorrei darle tutto il bene, voglio stare con lei...

Mi sono innamorato di una persona con un handicap mentale. Suona strano. Se essere innamorato è rimanere abbagliato vedendola, considerarla bella e vederla in tutti gli angoli della propria vita, anche quando non è presente… se essere innamorato è non smettere di pensare a lei, è augurarle un bene che non si sa bene come offrire (o se si può davvero offrire), se essere innamorato è scriverle cose belle (e questo è un tentativo), non smettere di parlare di lei ai propri amici, ricordarla, volerla rivedere, sorridere pensando a lei anche quando si è soli al bar davanti a un caffè… beh, mi sono innamorato. E mi piace vedermi così. Mi piace moltissimo. Mi piaccio, anche se non capisco molto bene come sia successo e perché.

Per essere sinceri, non mi sono innamorato di una ragazza con handicap mentale. Mi sono innamorato di molte di loro, di tutte quelle che ho visto poco tempo fa al Cottolengo di Madrid. Telegraficamente: il Cottolengo è un'istituzione cattolica che si prende cura dei malati mentali ed è gestito dalle suore di padre Alegre.

Una domenica qualsiasi di non molto tempo fa è successo tutto questo che vi racconto. Mi sono innamorato, mi sono innamorato di molta gente: di un padre vedovo che si prendeva cura della figlia, di una dottoressa che ha occhi pieni di bontà e si mangia di baci e abbracci tutte le ragazze con handicap, di una suora di Talavera che non smetteva di parlare e di ridere e di un'altra che parlava meno ma aveva uno sguardo incredibile con occhiaie altrettanto incredibili.

Non pretendo – queste righe non pretendono – di raccontare solo questo. Ho ascoltato, e sicuramente anche voi, che la gente si innamora e va in luoghi in cui la bellezza trabocca in modo gratuito, testimonianze di atti quotidiani ed eroici allo stesso tempo, di atti di carità e di carità miracolosa.

Non si tratta del fatto che tutto è bello e allegro in mezzo a tanta sofferenza. Non si tratta del fatto che si è felici nella malattia. Si tratta semplicemente della vita stessa.

Sono certo che quelle suore irritano e hanno i loro momenti no e i loro difetti, che quella dottoressa si stanca e lancerebbe più di una persona dalla finestra e che quel padre ha pianto più di un bambino senza caramelle davanti a un chiosco. Non si tratta di negare nulla di ciò che accade, perché alla fine si tratterebbe di una specie di allegria posticcia per non so quale ideale idealizzato di “fare il bene”.

Ciò che ho visto è che il motivo per cui amano queste persone handicappate sono le persone stesse e non una ragione. Avranno sicuramente le loro ragioni, ma queste vengono dopo, e sinceramente o non apportano troppo o, alla fine, sono un po' noiose. Io ho visto che quella dottoressa si sentiva più medico, quel padre più padre e quelle suore… A volte le suore hanno la capacità di fare, sentire e pensare di tutto senza che nessuno se ne renda conto. E io mi sono sentito più io.

Economia di una persona con handicap mentale

Vi racconto la vita stessa: siamo in crisi. Siate relativamente pazienti con chi vi scrive e lasciatemi spiegare a che serve questa affermazione in questo contesto. Siamo in crisi: di valori, di denaro e di ciò che volete, il fatto è che siamo in crisi, ma quello che io ho visto lì era una certa spiegazione (non mi azzardo a chiamarla “soluzione”) a tutte queste crisi.

Nelle “teorie del gioco” moderne applicate all'economia (il cosiddetto dilemma del prigioniero, ad esempio), l'idea è cercare una procedura in cui tutte le persone coinvolte vincano quando si cerca di risolvere un conflitto o un problema – quello che in argot si chiama un “win-win”. E non è l'idea di “avere successo”, ma del fatto che tutti traiamo profitto, gli uni e gli altri, e che tutti vincano, anche se alcuni più degli altri. Sulla carta la teoria è fantastica, e ci sono molti sistemi imprenditoriali che la applicano e funziona, situazioni in cui una coppia la mette in pratica (a volte senza saperlo) o lo fa un'organizzazione di qualche tipo. C'è una certa giustizia in tutto questo. Tutti vincono. Vedendomi innamorato mi sono chiesto: cosa vince quella dottoressa? E quelle suore? Quel padre? Ma soprattutto, cosa può vincere un'handicappata mentale in questo mondo in crisi? Credo che vincano tutto, proprio perché noialtri siamo dei perdenti.

Ciò che passava discretamente lì era che quelle ragazze handicappate non chiedevano nulla. Ovviamente hanno bisogno di molte cose – assistenza fisica, medica, emotiva, compagnia… -, ma quanto a chiedere, ciò che si intende con la parola “chiedere”, non chiedono nulla. Quando ero lì nessuno mi ha chiesto niente, e penso che chiedano molto meno di quello che chiunque di noi chiede costantemente agli altri, alla nostra vita e a noi stessi.

Quando passavo per una stanza (ad esempio il refettorio), dovevo quasi fare attenzione perché una ragazza non mi abbracciasse, un'altra mi prendesse la mano, un'altra sorridesse. Danno e non chiedono. Ti abbracciano senza chiedere niente. Non ti senti costretto ad essere qualcosa che non sei.

Ed è allora che me ne sono reso conto: non si tratta di ciò che danno (ce la fanno a malapena), ma del fatto possono accogliere tutto ciò che sono perché il perdente sono io. Visto che non ho nulla da perdere, posso dare tutto, darlo ora e dare ciò che sono, e questo con l'idea che nella mia vita non mi resta nulla. Visto che loro non hanno nulla da guadagnare, possono accogliere tutto. Si può essere brutti, scostanti, alti, biondi, stupidi… indipendentemente da come si è, si viene accolti. E loro possono essere ciò che vogliono.

L'esperienza fondamentale è stata non dover sorridere per sorridere, non dover essere paziente solo per doverlo essere, e neanche essere gentile. Cosa si deve guadagnare davanti a quelle ragazze del Cottolengo? La risposta è ovvia: nulla. Il miracolo è quello: ciò che permettono non è che una persona possa guadagnare qualcosa, ma che una persona possa dare il poco che ha. Conosco molta gente che ha vissuto la stessa esperienza: avere qualcuno così a casa propria è un compito pesante, ma è anche una benedizione.

Lì al Cottolengo la teoria del gioco non funziona, perché il perdente sociale (quelle ragazze handicappate) in realtà sarebbero i vincitori, anche se più che ricevere accolgono ciò che ricevono dagli altri, e i vincitori sociali (chi scrive) sarebbero i perdenti, anche se più che vincere danno senza che venga chiesto loro.

Essere sfacciatamente egocentrici

Le realtà miracolose di questo stile, tanto mondane come un'istituzione cattolica per persone con handicap mentali, mostrano che non amiamo le persone solo per quello che sono, ma anche per quello che ci permettono di essere quando siamo con loro.

Di fronte a una situazione di questo tipo, ciò che risulta impossibile calcolare a una persona, alla teoria dei giochi, a un coniuge o a un amico non è quello che l'altro mi può dare (sia esso denaro o affetti o condividere credenze e azioni), ma quello che l'altro dà perché non ha niente da perdere. Quando una persona ha già perso tutto può solo iniziare a dare, e questo è incalcolabile in qualsiasi ambito della vita. Direi che per questa ragione, perché è incalcolabile, è l'aspetto più prezioso. Non trovo posto migliore, volto migliore né mani migliori di quelli di una handicappata mentale per iniziare questo cammino. Il volto di un malato è il luogo della vittoria del perdente, e questo – almeno per me – è molto cristiano.

In questo rapporto si può essere la dottoressa che si vuole essere e che nessuno se non il proprio desiderio personale chiede di essere, lì due ragazze di Talavera possono dare la propria vita e renderla vocazione perché lo sentono, lì un padre può e si sa più padre e vediamo chi si azzarda a sfiorare sua figlia. Lì si è più se stessi. È l'egocentrismo più puro che abbia visto in vita mia. E tutto per quelle ragazze delle quali mi sono innamorato perdutamente. Fa venire voglia di gridare “Guardatemi, fermatevi, smettete di fare quello che state facendo, guardatemi! Sto sorridendo”.

C'è la consapevolezza del fatto che una persona non si dà (o io non l'ho verificato in altre situazioni), ma che gli viene permesso di darsi e non deve neanche ringraziare (non gli si chiede neanche questo), che si abbraccerebbe con tutta l'anima ogni ragazza non perché sia bella (non lo sono), non perché sia sveglia (non lo sono), non perché… Perché in loro si opera il benedetto miracolo per cui si può essere chi si è, come si vuole essere, ed essere amato per meno di niente, come succede a ogni buon perdente che tratta con loro. E poi, cosa posso perdere? Ho loro, e loro non mi chiedono di guadagnare niente.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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