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Servire con gioia, la nuova via indicata da Papa Francesco

Jeffrey Bruno
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Una selezione di testi del Papa per rilancia la Chiesa come comunità di servizio e d’amore

In un mondo che perde i suoi riferimenti, nel quale vie e percorsi sono resi sepolti e invisibili da tempeste di sabbia e da sterpaglie inclementi, ci occorre una nuova mappa e ci occorrono pastori che la conoscono. Come muta in un mondo mutevole e a volte schizofrenico il ruolo del pastore? Papa Francesco ne parla spesso da quando è a guida della Chiesa, ma lo faceva anche prima. Ogni suo gesto ed ogni sua parola testimoniano una sua attenzione continua al ruolo dei pastori – vescovi, sacerdoti e non solo – e ad una forma di relazione nuova da costruire con il mondo, fondata su “la pazienza di ascoltare, la generosità di accogliere, la capacità di comunicare, la fraternità di essere uniti nell’impegno di costruire ponti per il dialogo e l’incontro, senza avere la presunzione di cambiare il mondo”. Le parole sono di Giuliano Vigini, che ha scelto e curato la raccolta di testi di papa Francesco dal titolo La gioia di servire. Sacerdozio e vita consacrata (Paoline, 2014), in uscita in questi giorni, alla vigilia dell’apertura dell’Anno della Vita Consacrata. Vigini ha regalato ad Aleteia qualche sua riflessione.

Qual è la “gioia del servire”?

Vigini: La gioia sta nell’aver capito che la comune missione dei sacerdoti e dei laici è quella di servire Cristo nella verità e nella carità. Questo porta alla “gioia”, che nasce da una forza che arriva dal Cristo risorto. Sia laici che religiosi nel portare il Vangelo recano questa gioia che è il frutto della speranza cristiana. È importante che tutti siano pastori con addosso “l’odore delle pecore”, secondo un’immagine usata spesso dal papa per dire che i sacerdoti non devono stare chiusi tra le mura del Tempio, ma devono mescolarsi, vivere in mezzo al gregge, andare nelle periferie dell’esistenza, dove ci sono i poveri emarginati ed oppressi, e dove ci sono le solitudini che albergano nei cuori. Questa gioia nel servire sta nell’essere puri, spogli, nell’avere questa francescana letizia con cui si annuncia la buona notizia. Naturalmente per fare questo, come insiste il papa quando parla della formazione dei sacerdoti e dei seminaristi, bisogna liberarsi dei propri idoli: la mondanità, l’autoreferenzialità, il carrierismo.

Perché essere “pastore” non è un mestiere, come invece spesso si crede?

Vigini: Non è un mestiere perché non si tratta di fare i funzionari e di annunciare il Vangelo a tavolino, ma si tratta di sporcarsi le mani e di andare in mezzo alla gente. In questo senso il papa lancia spesso delle parole forti, a tratti dure, a volte sono dei veri pugni nello stomaco della coscienza cristiana, perché vuole appunto scuotere le coscienze e far capire qual è la vera prospettiva nella quale lui vuole che la Chiesa cammini. Il verbo “camminare” è diventato il leitmotiv di tutta la predicazione del papa. La novità di Francesco è nel considerare questo aspetto una priorità dell’attività pastorale. Non è che il papa dimentichi il resto, ma ritiene importante privilegiare gli aspetti che vanno direttamente al cuore del messaggio evangelico, come la misericordia, il perdono, l’amore. Per lui è importante la capacità di ascoltare e dialogare con il mondo.

Per Francesco la castità è ancora un pilastro della missione pastorale?

Vigini: Certo, perché è l’abito costitutivo, assieme alla povertà e all’obbedienza, di chi si consacra interamente a Dio. Questi sono i fondamenti sui quali si costruisce tutta la vita sacerdotale e la vita consacrata. C’è necessità di avere autocoscienza del valore fondante della propria vocazione, perché chi si perde in questo, poi smarrisce anche il resto della strada. C’è la verità di Cristo, sulla quale uno fonda la propria vita, poi c’è la carità di Cristo: perché sono due cose strettamente congiunte, come l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Bisogna seguire Gesù e allo stesso tempo seguire l’uomo. Il tentativo del papa è quello di rinnovare l’orizzonte e le tappe della vita cristiana, orientando il nuovo modo di “sentire la Chiesa” e di “sentire con la Chiesa”.

Perché la figura di Agostino è così importante per Francesco?

Vigini: Agostino è stato un maestro, una sorta di monaco in prestito al mondo. Lui ha vissuto tutta la sua esperienza pastorale come un monaco che vive in preghiera e in contemplazione. Questi sono elementi fondamentali anche per un sacerdote o una suora di oggi, e del proprio modo di essere pastore. Se uno conserva questo cuore originario sarà un buon pastore, perché non confida sulle sue forze, ma mette tutta la sua sicurezza nel Signore. Va verso il popolo, altro concetto fondamentale di Papa Francesco. Il pastore è con il popolo e il popolo dà il volto al suo pastore. In tutto questo c’è una precisa linea di continuità con il mistero episcopale che svolgeva a Buenos Aires, come si vede altre raccolte che ho pubblicato di testi di allora. In tutti questi passaggi il papa ha fatto sentire non solo il suo abbraccio d’amore verso la gente, ma l’abbraccio d’amore di tutta la Chiesa come comunità di servizio e comunità d’amore.

Ci descrive le qualità del linguaggio che usa Bergoglio?

Vigini: Questa è una delle svolte storiche. C’è la rivoluzione dei contenuti, la prospettiva pastorale, ma anche una rivoluzione del linguaggio. Il papa non si esprime attraverso categorie teologiche convenzionali o schemi ecclesiastici liberi, ma si muove con l’abbondanza del cuore. Questo naturalmente suscita grande empatia ed entusiasmo, al di là di quello che dice. Il papa con la sua persona abbatte le barriere, e con le sue parole annulla le distanze. La gente si sente vicina al papa, perché sente che non c’è un muro di mezzo tra l’autorità e la persona comune. Questo è anche uno dei motivi per cui le sue parole sembrano nuove anche magari quando non lo sono, quando esprimono concetti antichi. Sono discorsi non formalmente costruiti, teologicamente semplificati, comunicativamente diretti, e con un grande uso di aforismi, immagini, metafore e invenzioni linguistiche. Tutto questo non solo lo rende più accessibile, ma penetra e riscalda. La gente sente in lui la fisionomia del pastore. La definizione che le persone davano di Giovanni XXIII, “pastore perché padre”, si addice profondamente anche a Francesco, perché lui ha una paternità spirituale che si manifesta in ogni occasione. Si crea la forza del colloquio, del dialogo che si stabilisce da anima ad anima tra chi parla ed ascolta. Questa è la novità del suo linguaggio.  

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