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I buoni e i cattivi

© Public Domain
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Siamo davvero pronti a praticare una misericordia attiva, dinamica, pronta a individuare i segnali potenziali di pentimento e incoraggiarli?

Di recente, in più di un’occasione, Papa Francesco ha sorpreso una buona parte dei credenti con affermazioni che sembrano scolorire se non cancellare del tutto la linea di separazione tra buoni e cattivi. Linea che ognuno di noi ritiene indispensabile come punto di riferimento morale, se non spirituale. Frasi che qualche detrattore potrebbe addirittura bollare come rigurgiti di new age o relativismo. E che invece, a ben guardare, condensano il contenuto più profondo, e quindi controcorrente, del Vangelo.

In questa direzione, Francesco ha assestato un colpo mica male, qualche giorno fa, durante una delle omelie a Santa Marta, ricordando che Giuda non era più peccatore degli altri apostoli. Qualche giorno prima, parlando all’Associazione internazionale di diritto penale, sfidando ogni giustizialismo e populismo penale, aveva chiesto l’abolizione dell’ergastolo. Come a dire: non c’è nessuno di così irrecuperabile da meritarlo. Nell’udienza generale del 10 settembre aveva affermato che i carcerati non sono più cattivi di noi. E in una Lettera del 30 maggio rivolta a due Congressi internazionali di penalisti aveva sottolineato che siamo tutti peccatori e che dobbiamo domandarci perché alcuni cadono e altri no. Il 5 luglio, parlando ai detenuti della Casa Circondariale di Venafro, provincia di Isernia, aveva confessato come lui stesso, a colloquio con i detenuti, si ritrovi spesso a domandarsi, più o meno, "Come mai loro sono dietro le sbarre e io no?".

Si tratta non a caso di citazioni che spesso riguardano il carcere, vera e propria realizzazione muraria concreta di quella linea immaginaria di separazione di cui si parlava sopra e di cui abbiamo bisogno per orientarci. Quelli dentro sono cattivi, noi fuori no. Ora, se il Papa abbatte i muri e ci spiega che chi sta dietro alle sbarre spesso ci finisce non solo per scelta propria ma per altri motivi sociali contingenti e che la giustizia penale spesso trattiene, ingiustamente, nelle sue reti solo i pesci piccoli, i nostri strumenti di rilevazione morale impazziscono. Eppure è un’evidenza che molti studiosi di diritto penale hanno ben chiara e che si traduce nell’esigenza di sentirci corresponsabili dei crimini altrui, frutto spesso di discriminazioni sociali.

Spostando i termini della riflessione dalla giustizia penale alla teologia morale cattolica si ripropone il tema dirimente dei bravi cristiani e dei peccatori e del diverso trattamento che si meritano. Argomento, tutto sommato, al centro anche della discussione del recente Sinodo straordinario che ha visto fronteggiarsi, nel dibattito, due modelli di famiglia. Da una parte quella ‘cattolica osservante’, dove trionfano fedeltà e castità, nonostante gli attacchi della società secolarizzata. E dall’altra la famiglia ‘ferita’, ‘irregolare’, che ha violato i precetti cattolici.

"Di chi deve soprattutto occuparsi la Chiesa?", si sono chiesti in molti. Della prima, che va lodata e incoraggiata, o della seconda, che va accolta e aiutata?

Traducendo: la Chiesa ha come priorità esaltare e proteggere gli esempi di santità o lavorare per recuperare misericordiosamente le pecorelle smarrite? Francesco, nel discorso conclusivo del Sinodo, ha accennato alla necessità che i pastori non si limitino ad accogliere queste pecorelle che hanno perso la strada. Devono andarsele a cercare, ha detto. Dunque non una misericordia algida e passiva che accoglie solo chi vuole essere accolto, ma una misericordia attiva, dinamica, pronta a individuare i segnali potenziali di pentimento e incoraggiarli.

Ma che giustizia è questa? Una giustizia che sembra privilegiare chi ha sbagliato, basata sull’amore e non sulla punizione-esclusione del peccatore. Una giustizia penale più interessata – in questo in accordo con l’art. 27 della Costituzione italiana – al recupero, alla rieducazione, del reo, più che a vendicare il male che ha commesso.
Oggi, c’è un filone importante degli studiosi di diritto penale che sostiene che solo questa giustizia permette a una società di prevenire il crimine. Francesco, dal canto suo, sembra suggerirci che solo applicando la giustizia misericordiosa di Dio, la Chiesa può essere davvero tale, cioè missionaria.

La preoccupazione di escludere, punire, stigmatizzare il peccatore è molto umana, forse molto clericale, ma poco divina.

Qui l’originale

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