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Dovremo rinunciare al termine “matrimonio”?

Christine Tremoulet

mons. Charles Pope - pubblicato il 08/10/14

Il riscatto dell’espressione “santo matrimonio” implica il fatto di tornare a una tradizione più antica, che potrebbe sembrare arcaica ad alcune persone. Questa definizione, però, è senza dubbio ben più difficile da eludere rispetto a “matrimonio”.

Nella mia parrocchia, ad esempio, abbiamo già adottato l’espressione “santo matrimonio” qualche tempo fa. Non prepariamo più le persone “al matrimonio”, ma “al santo matrimonio”.

Le persone non si sono ancora abituate del tutto, è vero. Arrivano ancora in parrocchia dicendo: “Vogliamo sposarci l’estate prossima”. Non è frequente che dicano “Vogliamo realizzare il nostro santo matrimonio l’estate prossima”. Non sono cambiamenti che si verificano facilmente. Forse i lettori vorranno offrirci qualche suggerimento per incentivare l’assimilazione di questa definizione.

C’è un’altra possibilità, più modesta: anziché aspettare che il “santo matrimonio” diventi l’unica definizione in uso nella pratica tra i cattolici, potremmo almeno passare a utilizzarla nei contesti ufficiali e formali. In questi casi, non useremmo più il termine “matrimonio”, ma la chiarissima espressione “sacramento del santo matrimonio”.

Cosa ne pensate? Arriveremo al punto di aver bisogno di una nuova espressione per riferirci chiaramente al concetto cristiano di matrimonio? Sarà che la parola “matrimonio” è stata talmente spogliata del suo significato da aver bisogno di usare una terminologia diversa per chiarire cosa vogliamo dire davvero?

Quando ho presentato questa proposta per la prima volta, circa due anni fa, buona parte dei lettori si è mostrata reticente quanto all’importanza di questo cambiamento; alcuni si sono mostrati anche preoccupati, ritenendo che si starebbe “gettando la spugna” anche a livello di vocabolario. Il fatto, però, è che sembra che il termine “matrimonio” non significherà più chiaramente ciò che significava prima.

Una questione secondaria, ma collegata a questa, è che forse dobbiamo riconsiderare anche la “partnership” esistente in molti Paesi tra Chiesa e Stato per quanto riguarda la validità civile del matrimonio religioso. Se lo Stato interpreta il matrimonio in modo tanto diverso dalla Chiesa, possiamo davvero vederci come “partner”? Ha senso passare un’impressione di “credibilità” a un pezzo di carta sempre più privo di senso? I fedeli cattolici, per motivi giuridici e perfino fiscali, hanno bisogno di fatto della registrazione civile del loro matrimonio in buona parte dei Paesi in cui vivono, ma in termini sacramentali cosa ha a che vedere il clero con questo, parlando in senso stretto? Il santo matrimonio e un semplice documento civile non sono, in pratica, due realtà ben diverse?

Ciò che è evidente è che abbiamo bisogno di una solida e intensa catechesi volta ai nostri fedeli per ribadire che il “matrimonio” civile (qualunque cosa venga a significare dal punto di vista legale e laico) non equivale in alcun modo al sacramento del santo matrimonio. I fedeli hanno bisogno di capire che non devono in alcun modo ritenersi sposati davvero solo basandosi su un pezzo di carta senza senso concesso da uno Stato laico.

Ancora una volta, cosa ne pensate?

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Tags:
convivenzamatrimonio
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